Il Libano è un paese estremamente complesso e spesso sorprendente. Per la prima volta nel mondo arabo, quest’anno si è tenuto a Beirut, il primo Gay Pride della città e tutto è andato piuttosto bene.
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Hadi Damien, organizzatore del Beirut Pride. Beirut è una città piuttosto gay friendly in confronto al resto del Medio Oriente, com’è stato organizzare il primo Gay Pride della città ?
Organizzare il Beirut Pride è stato un po’ come organizzare qualsiasi altro evento del genere. La parte più difficile è stata far rispettare le scadenze e sincronizzare le ottanta persone che vi lavoravano. Ho impiegato mesi per creare l’evento, per comprendere che messaggio dovesse veicolare, che dichiarazione dovessimo scrivere. Creare il programma degli eventi è stato più semplice, lo abbiamo fatto in circa un mese. Ho coinvolto tutte le Ong Lgbti presenti in città. Alcune hanno partecipato, altre no. Le Ong hanno però contribuito a meno del 10% degli eventi in programma, il resto è stato fatto grazie al prezioso contributo di direttori artistici, performer, cineasti, ballerini, cantanti, organizzatori di eventi, stilisti, architetti e musicisti. Il lavoro è stato enorme, ma grazie alla sinergia tra le persone tutto è andato sorprendentemente benissimo; direi quasi facilmente e come se fosse naturale che andasse così.

Credits foto: Beirut Pride.

Ci sono state polemiche ?
La sola esistenza del sito e portale web era già qualcosa di sensazionale, una vera e propria presa di posizione. Ci si può immaginare che impatto abbia avuto nel momento che è diventato un evento reale nel mondo non virtuale. Ero sicuro che il primo Beirut Pride sarebbe stato un successo, ma non immaginavo fino a questo punto. Abbiamo prodotto più di duemila braccialetti con la scritta Beirut Pride ed erano terminati già due giorni dopo, tanto che ne abbiamo dovuti ordinare altri 2000. La gente se li è presi tutti, ne restano pochissimi. Il pride combatte contro l’odio basato sulla discriminazione di genere e di sesso. Abbiamo quindi scelto per iniziare gli eventi la data del 17 maggio, giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia. Abbiamo quindi aggiunto al programma del pride le varie conferenze che le Ong Lgbti Libanesi organizzano ogni anno in questa data. Il giorno prima alcuni religiosi musulmani hanno fatto un discorso pieno di odio sui social media e hanno fatto pressione sui luoghi che ospitavano i vari eventi perché annullassero la loro disponibilità ad ospitarli. Due conferenze, tra le 28, non hanno potuto svolgersi nei luoghi prescelti, ma sono state comunque mandate online sui social media. Il Beirut Pride non si è quindi fermato e nulla è accaduto. Tutto alla fine è andato bene.

Avete optato per fare moltissimi dibattiti, me ne racconti qualcuno?
Quando dopo una giornata di lavoro la gente è sdraiata sul divano a guardare la Tv sono permeabili a ciò che i media mostrano. L’omosessualità, la transessualità sono considerate questioni choc, materiale da tabloid, da consumo televisivo, e molti degli spettacoli di satira, talk show e programmi stagionali, affrontano il tema in modo sensazionalistico e grossolano. In questo modo finiscono per scimmiottare una realtà che non è più rappresentativa del mondo Lgbti. La percezione della società libanese di queste tematiche è quindi influenzata negativamente dai media. Bisogna ricordare, inoltre, che dopo lo scoppio della guerra civile in Libano nel 1975 le organizzazioni religiose, cristiane e islamiche, sono diventate sempre più potenti, e interpretano le scritture in modo sempre più negativo e restrittivo sia contro il mondo Lgbti, sia contro tante altre forme di diversità legate all’individuo.
Tuttavia, alcune trasmissioni televisive e alcuni film libanesi al cinema provano, a modo loro, a raccontare la realtà Lgbti senza sensazionalismi. Un sabato abbiamo organizzato un dibattito in un bar-ristorante alla presenza di uno sceneggiatore-regista di serie televisive di gran successo che ha rappresentato un personaggio omosessuale con grande finezza e rispetto in una serie tv andata in onda nel 2015. Era presente anche un regista che ha ritratto un personaggio gay in un film in uscita nelle sale dieci anni fa e l’attore che ha tenuto il ruolo dell’omosessuale nel film e che in seguito ha anche avuto un ruolo di un transessuale in Tv. 

Credits foto: Beirut Pride.

La cultura del Medio Oriente antico non è sempre stata ostile ai gay. L’omosessualità è spesso presente in molti testi arabi delle epoche islamiche, cristiane e precedenti.
Viviamo nell’epoca della disinformazione, si crede di sapere tutto, ma non è così. C’è la convinzione che la cultura mediorientale sia ostile all’omosessualità. Ma non è sempre stato così, la discriminazione è un fenomeno degli ultimi decenni dovuto ai disordini geopolitici che si sono verificati nella regione. L’omosessualità è sempre esistita in tutto il mondo. Non è la civiltà occidentale che l’ha importata in Medio Oriente, né una nuova moda. Anche le religioni diffuse in Medio Oriente originariamente non attaccavano l’omosessualità nei loro testi sacri fondanti. Gli appartenenti alla cultura Lgbti vengono attaccati in testi secondari sulla base di dati sbagliati e interpretazioni che furono fatte a posteriori non tenendo conto del contesto sociale e linguistico dei tempi. La negatività, la violenza, l’aggressività fanno colpo e scuotono le masse che spesso finiscono per confondere questi testi che contengono interpretazioni successive con quelli contenuti nei libri sacri delle loro religioni. Ma questi testi non solamente sono posteriori, ma sono anche chiaramente in opposizione all’essenza della Bibbia o del Corano. 

Nonostante a Beirut sia pieno di locali gay, è ancora difficile dichiararsi omosessuale?
Beirut è considerata da molti una città gay friendly, a tal punto da essere soprannominata Gayrut. Resta il fatto che la scelta di raccontare la propria omosessualità rimane una decisione personale che risente dell’ambiente sociale, vale a dire, della famiglia, la professione e le finanze economiche di cui si dispone. Una persona che non ha problemi finanziari può non tenere conto delle opinioni di una famiglia conservatrice perché non corre alcun rischio di finire sulla strada se respinta. Una persona che ha successo professionalmente e che gode di una certa reputazione, non necessariamente avrà problemi se si dichiara. Chi gode del sostegno della sua famiglia può vivere tranquillamente la sua omosessualità. Tuttavia, alcuni rimangono nascosti perché in molti luoghi di lavoro non è chiaro se l’azienda o i superiori siano ostili o no ai diritti Lgbti. Dipende molto dalla persona, dalla sua capacità di vivere sotto pressione o dal suo percorso personale.

Credits foto: Beirut Pride.

Il fatto che alcuni artisti come Hamed Sinno, cantante dei Mashrou Leila, parlino liberamente della propria omosessualità, ha aiutato a cambiare l’opinione delle persone?
Assolutamente! Le persone considerate figure pubbliche che dichiarano la loro omosessualità sono meravigliose! Personificano il coraggio di voler essere ciò che sono. Essi ispirano coloro che esitano a dichiararsi, e rafforzano chi porta avanti le battaglie per i diritti Lgbti. Sono persone autentiche in quanto si rifiutano di fingere. Sono la dimostrazione che si può essere se stessi. Rappresentano la speranza per coloro che non riescono a dichiararsi perché mostrano a coloro che lo vogliono vedere che non tutto è nero e che la stigmatizzazione può essere superata. Il nascondersi è tossico e non è la soluzione. Queste persone aiutano l’omosessualità ad uscire da questa bolla sensazionalistica creata da certi media e lobby. Vivono la loro realtà alla luce del sole mostrando che la diversità di sesso e genere non rende una persona buona o cattiva. Non possiamo discriminare sulla base della diversità di sesso e genere. È come se si discriminasse qualcuno per i capelli biondi perché si preferiscono i capelli scuri. Questo non ha senso.

Cosa ti ha emozionato di più nell’organizzare il Beirut Pride?
In un primo momento ho pensato che il Beirut Pride sarebbe stato un evento in cui giovani si sentissero apprezzati, incoraggiati. Questo è accaduto, ma è stato molto di più. La presenza dei giovani, il loro contributo, il loro coraggio, la loro autenticità sono state davvero emozionanti. Hanno in sé la forza di andare avanti, questo desiderio di spostare le montagne, costruire un mondo più inclusivo per gli esseri umani, indipendentemente dalle loro etichette di sessualità, religione, razza o nazionalità. È stato un percorso molto intenso. Con o senza il Beirut Pride, le cose stanno andando bene. È per fortuna una naturale evoluzione. I ragazzi, che hanno visto, che hanno vissuto, che hanno assistito alle violenze e discriminazioni del passato, desiderano beneficiare della coesione sociale, di una minore conflittualità e desiderano ottenere più spazio per esistere, per esprimere la loro creatività, le loro relazioni interpersonali. Ho iniziato Beirut Pride perché sono consapevole di un’energia positiva presente nella società, un’onda che è bene cavalcare. Un’onda non effimera, non temporanea, ma un’onda che muove le rocce in modo che l’acqua fluisca liberamente per migliorare la condizione umana. Dopo tutto, quando miglioriamo le condizioni di base di sicurezza e di dignità delle persone, è l’intera società che progredisce e questo favorisce un mondo migliore.

Credits foto: Beirut Pride.

Di Luca Fortis
Giornalista professionista, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Cattolica di Milano. Un pizzico di sangue iraniano e una grande passione per l’Africa e il Medioriente. Specializzato in reportage dal Medio Oriente e dal Mediterraneo, dal 2017 vive a Napoli dove si occupa di cultura e quartieri popolari e periferici.