Son oltre mille gli arresti compiuti nella maxi-operazione condotta nelle scorse ore in Turchia contro la presunta rete golpista di Fethullah Gulen, il predicatore prima alleato e poi grande oppositore di Erdogan da anni in esilio negli Stati Uniti. Il ministro degli Interni, Suleyman Soylu, ha spiegato che sono stati 1.009 i sospetti ‘imam‘, ovvero figure di coordinamento dell’organizzazione, in blitz compiuti in 72 province con la partecipazione di 8.500 agenti. Dal fallito controverso colpo di stato del 15 luglio scorso, sono oltre 47 mila le persone arrestate in Turchia per presunti legami con i ‘gulenisti’, di cui 10.700 sono poliziotti e 7.400 militari. Il presidente Erdogan continua nella sua opera di repressione del dissensoL’operazione complica ulteriormente la già difficile situazione della libertà di pensiero e di stampa in Turchia. Un quadro reso ancora più oscuro dopo il sì alla riforma della Costituzione turca che conferisce molti più poteri al presidente. Una vittoria, pur di misura, contestata da oppositori e Osce. 

Turchia, record mondiale per giornalisti in carcere
La Turchia detiene il record mondiale di giornalisti incarcerati. Nel 2016 – denuncia Reporter senza Frontiere – sono stati 348 i cronisti finiti in carcere nel mondo. Oggi, nella sola Turchia sono 150 i giornalisti in manette. Seguono nella classifica Cina, Egitto, Siria – Iraq e Sud Sudan. La gravissima situazione in cui versa la libertà di stampa nel Paese è peggiorata in occasione della campagna referendaria per la consultazione che si è svolta la scorsa settimana. Il premio Nobel per la Letteratura, Orhan Pamuk, ha dichiarato che una sua intervista, rilasciata al quotidiano Hurriyet, è stata censurata. Non solo il carcere: la censura arriva anche attraverso i licenziamenti eccellenti. L’ultima, solo in ordine di tempo, è Tolga Tanis, una delle più note giornaliste di inchiesta del Paese.




Centinaia di giornalisti si scontrano ogni giorno con il crescente autoritarismo del presidente Erdogan e le voci critiche vengono silenziate con l’accusa di sostenere il terrorismo. Così come i pochi giornali liberi ancora attivi. Ma ciò che più preoccupa è l’enorme contrasto tra la minoranza dei giovani liberali e laici contrari al conservatorismo del premier e la netta maggioranza, sempre più assuefatta alla propaganda del presidente. Ad aggravare il quadro politico turco è il crescente tasso di disoccupazione, arrivato al 12%, mai così alto dal 2010. Ma Erdogan può contare sul controllo dei media, unico strumento per tenere ancora legato a sé il consenso dell’opinione pubblica.

In foto: Istanbul.

Il referendum di Erdogan del 16 aprile contestato da Osce e opposizioni
Per poche ore il sogno di Erdogan ha vacillato. La riforma in senso iper presidenzialista ha prevalso con il 51,4% dei voti. E’ lontano il plebiscito auspicato dal presidente, sconfitto in tutte le grandi città. Ma il risultato finale è comunque dalla parte del premier conservatore Recep Tayyip Erdogan. La riforma è in senso presidenziale, concentrerà nella sua figura tutti i poteri dello Stato, incluso il controllo della Magistratura e gli consentirà di restare in carica fino al 2029. Mentre l’opposizione è già scesa in piazza denunciando brogli, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa ha bocciato le modalità della consultazione. Per l’Osce il voto “non è stato all’altezza degli standard internazionali”.  L’opposizione filo curda chiede l’annullamento del voto minacciando un ricorso alla Corte europea dei diritti umani. Gli avversari denunciano il caso delle schede non timbrate ma considerate valide che secondo l’Osce sarebbero 2 milioni e mezzo. La risposta di Erdogan non si è fatta attendere: “E’ stata l’elezione più democratica mai vista, ho combattuto contro nazioni con una mentalità da crociati. La Ue bloccherà negoziati di adesione? Non è importante”. E mentre in centinaia scendevano in piazza a Istanbul, Ankara e Smirne, città in cui il No ha prevalso, l’Austria ha chiesto lo stop alle trattative per l’ingresso nell’Ue.

Dopo il risultato, in occidente è viva la preoccupazione per quella che è stata definita la Sultanizzazione di Ankara. Diverso è invece l’umore degli Stati orientali: i primi a congratularsi con Erdogan per la sua vittoria sono stati il presidente dell’Azerbaigian, l’emiro del Qatar, il leader dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas, il Pakistan e l’Iraq.