La tensione in Libia è sempre più alta. Dal 4 aprile le truppe guidate dal maresciallo Khalifa Haftar si stanno muovendo verso la capitale Tripoli, dove risiede il governo di Fayez al-Sarraj, quello riconosciuto dall’Italia e dalle Nazioni Unite e che gode dell’appoggio di diverse milizie fra cui quelle di Misurata.
Le truppe di Haftar sono ormai ad una decina di chilometri dalla Capitale libica, dove le scuole resteranno chiuse per una settimana e la gente da giorni svuota i negozi. Lunedì 8 aprile, due aerei delle truppe di Haftar hanno colpito l’unico aeroporto operativo di Tripoli a Mitiga: almeno 25 persone sono state uccise, inclusi i civili, e oltre 80 sarebbero i feriti. Secondo l’Onu, 2.800 persone hanno già lasciato le proprie abitazioni.

In risposta all’avanzata, Sarraj ha lanciato l’offensiva “Vulcano di rabbia”, con l’aiuto di circa 350 jeep degli uomini di “Bunian al Marsus” (la coalizione di milizie che nel 2017 ha sconfitto l’Isis a Sirte), arrivate in soccorso del governo Serraj per contrattaccare verso il distretto di Giofra.

Al-Sarraj in un discorso in televisione ha accusato il suo rivale di “tradimento” mentre ha chiesto formalmente all’ambasciatrice francese di riferire la sua protesta al suo governo e al presidente francese, Emmanuel Macron, per il sostegno ad Haftar. Gli Usa hanno deciso di ritirare le truppe e hanno intimato ad Haftar l’arresto immediato dell’offensiva, mentre prosegue lo scontro con la Russia che sostiene il generale. L’Onu ha chiesto la tregua su Tripoli per evacuare i civili e l’Ue ha rivolto un appello per la fine delle azioni militari. 

LA PRESENZA ITALIANA IN LIBIA

La guerra in Libia è seguita con particolare interesse dal nostro Paese per molti motivi. Non solo il petrolio e il controllo dei migranti: in gioco, nel paese africano, ci sono interessi italiani per 4 miliardi di euro (Leggi qui). L’Italia è storicamente il primo partner di Tripoli, ma con la guerra in Libia tutto torna in discussione, con la Francia primo competitor. L’Italia con l’Onu appoggia l’esecutivo di Fajez Al-Sarraj, mentre Haftar è sponsorizzato da Francia, Arabia Saudita, Egitto, Russia ed Emirati.

Il cuore della presenza economica italiana in Libia sono le importazioni di gas e di petrolio ed Eni è il player chiave: un’attività condotta su una superficie complessiva di 24.673 chilometri quadrati .
C’è poi il gasdotto Greenstream, lungo 520 chilometri, che collega l’impianto di trattamento di Mellitah sulla costa libica con Gela in Sicilia. La capacità del gasdotto ammonta a circa 8 miliardi di metri cubi/anno. Le attività Eni in Libia sono regolate da contratti che hanno durata fino al 2042 per le produzioni a olio e al 2047 per quelle a gas.
Ci sono poi i crediti vantati da 130 aziende italiane che ammontano ad almeno 900 milioni di euro.

Con un governo “non amico”, come sarebbe un eventuale esecutivo Haftar, tutto questo potrebbe essere messo in discussione.



LA QUESTIONE MIGRANTI

La questione migranti è il tema centrale. A dicembre 2018 l’Oim stimava la presenza in Libia di 623.529 migranti, 434.391 dei quali provenienti dall’Africa subsahariana. Di questi circa 200 mila vorrebbero arrivare in Europa. Un eventuale governo Haftar potrebbe fare come Erdogan: aprire e chiudere i porti a proprio piacimento, in modo da ottenere forti compensazioni economiche.

In questi anni, inoltre, l’Italia ha investito molto per addestrare e dotare di mezzi la Guardia Costiera libica e per finanziare alcune milizie, “riqualificandole” nel contrasto ai flussi migratori. Un lavoro iniziato con l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti e continuato con Matteo Salvini.

CONTE vs MINNITI

“In Libia c’è la guerra ma per il nostro governo il problema sono 64 profughi. Si è scientemente deciso di rompere l’Europa per mere finalità elettorali. E così abbiamo provocato sospetto e isolamento”, ha detto in un’intervista a Repubblica Marco Minniti (Pd). Il premier Conte ha dichiarato: “La Libia è un dossier che seguo personalmente da tempo, già nella conferenza di Palermo si era evidenziata l’esigenza di prevenire l’escalation di violenza. Adesso si sta manifestando. Confido che il generale Haftar, col quale sono costantemente in contatto, voglia evitare bagni di sangue”.

Di Mauro Orrico
Salentino di origine, romano di adozione, è laureato in Scienze Politiche (La Sapienza) con Master in Tutela Internazionale dei Diritti Umani. Ha lavorato per Rai3 e La7d. Da 12 anni è anche organizzatore di eventi di musica elettronica e cultura indipendente. Nel 2014 ha fondato FACE Magazine.it di cui è direttore editoriale..