Italia è fuori dal Mondiale, non succedeva dal 1958. Il pareggio con la Svezia chiude il sogno azzurro, crea un danno da 100 milioni di euro (solo tra sponsor e diritti Tv) e riaccende i riflettori su un calcio, quello italiano, sempre più malato. Di tanto denaro (troppo) facile, poco talento e ancor meno cultura. Al di là delle singole responsabilità – i giocatori, Ventura o Tavecchio – resta l’immagine di un paese sconfitto. E di un gioco – che è innanzitutto business – che da molti anni forse rappresenta il volto peggiore del Belpaese. La Russia 2018 si allontana definitivamente. E forse non è un male per chi ha a cuore il tema della democrazia e dei diritti umani. Tuttavia resta il quadro desolante di ciò che è diventato il calcio italiano con – in primis – le sue curve sempre più nere.

13 novembre. L’Italia pareggia con la Svezia (0 a 0) ed è fuori dai Mondiali di Russia 2018.

Il calcio e lo sport come strumento di integrazione, come occasione di riscatto attraverso il talento per chi la ricchezza, da piccolo, l’ha vista solo in Tv. La competizione sana che parla il linguaggio dell’inclusione sociale. È tutto finito. Sono passate ere geologiche dai tempi dei grandi campioni: esempi prima nella vita e poi nello sport. Restano gli sberleffi ad Anna Frank e alla memoria dei milioni di deportati dagli orrori nazisti. Restano i saluti romani, l’ultimo oltraggio pochi giorni fa nello stadio di Marzabotto, il paese della strage fascista. Incredibile, ma tutto vero.

E poi ci sono i perfetti idioti, a fare da corollario al circo delle oscenità. Quei politicanti in carriera che danno la colpa ai “troppi stranieri in campo, dalle giovanili alla serie A” se l’Italia fallisce.

Carlo Tavecchio, presidente della Figc, dopo il disastro italiano si è trincerato nel silenzio. È lo stesso che definì “ebreaccio” l’imprenditore romano Cesare Anticoli da cui nel 2008 venne acquistato l’immobile di piazzale Flaminio. “Non ho niente contro gli ebrei, ma meglio tenerli a bada”, aggiunse. Parlando di un ex dirigente della Federazione Calcio disse invece: “Ma è vero che è omosessuale? Io non ho nulla contro, però teneteli lontani da me. Io sono normalissimo”. Alle donne invece riservò la perla: “Si riteneva fosse un soggetto handicappato rispetto al maschio”.

Curve nere e striscioni antisemiti.

Di aneddoti più o meno orrendi le curve invece sono grandi maestre. Non c’è domenica che gli stadi non siano sporcati da striscioni razzisti, omofobi o antisemiti. Gli slogan sono sempre gli stessi. E a poco è servita la tessera del tifoso, fallita almeno in parte nel suo scopo di isolare i violenti e riportare le famiglie allo stadio. Il Daspo non è bastato ad evitare la vergogna degli adesivi di Anna Frank, con i fischi e i cori che hanno coperto la lettura dei brani tratti dal celebre Diario.
E poi c’è il dio denaro che tutto muove. Ingaggi da sogno, vite da super divi. Copertine, il lusso dei migliori resort da Ibiza a Miami, immortalati in ogni momento sui social network. La nuova vita dei calciatori è questa. La fatica non rientra nel lessico delle star.
Che il calcio italiano sia ormai una pagina da riscrivere quasi da zero è una delle poche certezze, tra i tifosi come tra i cronisti. E dopo il disastro mondiale, lo è – oggi – ancor di più.


Di Mauro Orrico
Salentino di origine, romano di adozione, è laureato in Scienze Politiche (La Sapienza) con Master in Tutela Internazionale dei Diritti Umani. Ha lavorato per Rai3 e La7d. Da 12 anni è anche organizzatore di eventi di musica elettronica e cultura indipendente. Nel 2013 ha fondato FACE Magazine.it di cui è direttore editoriale..