Le elezioni distrettuali di Hong Kong dello scorso 24 novembre sono state un duro colpo per la governatrice filo-pechinese Carrie Lam che di fronte alla lacerante sconfitta ha dichiarato che rispetterà il volere dei cittadini di Hong Kong. Per il ministro degli Esteri, «Hong Kong è parte integrante della Cina», ma il fronte pro-establishment ha perso più di 240 seggi rispetto alla tornata elettorale del 2015. I candidati anti-governativi hanno conquistato quasi il 90% dei seggi, 396 sui 452 in palio, assestando una sconfitta storica al governo centrale di Pechino.

Le proteste intanto proseguono. Da giugno ad oggi, in milioni sono scesi in piazza per protestare contro le ingerenze della Cina su Hong Kong e per chiedere più libertà e democrazia. Tutto è iniziato con la nuova legge sull’estradizione, poi ritirata, che avrebbe dato il potere a Pechino di estradare persone per determinati crimini, quindi anche dissidenti politici della Cina continentale che hanno trovato rifugio a Hong Kong. Gli scontri con la polizia, che hanno portato finora a due vittime e migliaia di feriti, si sono spostati dalle piazze alle scuole e università.

Foto: Ansa
Trump pro manifestanti

Con il voto del 24 novembre, è scontro tra Stati Uniti e Cina dopo la firma del presidente Trump dell’Hong Kong Human Rights and Democracy Act, la legge varata dal Congresso americano a sostegno delle proteste per la democrazia in corso da oltre cinque mesi nell’ex colonia britannica. La Cina ha espresso “forte rammarico” minacciando “decise contromisure”. Lo scontro ha avuto anche ripercussioni sulla Borsa dell’ex colonia che ha aperto la seduta in brusca correzione.

Intanto la polizia di Hong Kong ha avviato lo sgombero del Politecnico, sotto assedio negli ultimi 11 giorni. Il campus, nel mezzo dei violenti scontri tra manifestanti e polizia, era diventato un fortino degli attivisti in cui ci sarebbero ancora poco meno di una ventina di persone.