Antonella Lettieri aveva 42 anni. È stata trovata morta dal fratello nella sua abitazione di Cirò Marina in Calabria dove viveva sola, l’8 marzo, il giorno della Festa della Donna. L’assassino si sarebbe accanito su di lei con un oggetto appuntito. I carabinieri hanno definito il dramma, un crimine particolarmente efferato. È solo l’ultimo caso della lunga scia di sangue che colpisce le donne in Italia. Il femminicidio è un dramma che ormai assume i contorni di una vera e propria strage. Tra il 2006 e il 2016, in 10 anni sono state 1740 le donne uccise in Italia. Spesso dai propri mariti e compagni. Nel 71 % dei casi infatti si tratta di drammi che avvengono all’interno delle mura domestiche. Il 67,6 % sono state uccise dal partner, il 26,5% dall’ex compagno. Solo lo scorso anno, nel 2016 sono state 120 le donne uccise. Nel 2014 erano 152 e nel 2015 il numero è sceso a 127.

Se da un lato si registra un leggero calo nel numero delle vittime, dall’altro aumentano le violenze e i maltrattamenti. Ma anche il coraggio di chi denuncia. E c’è un dato ancora più impressionante, quello delle vittime di stalking: sono 3 milioni e 466 mila in Italia, secondo l’Istat, le donne che nell’arco della propria vita hanno subito atti persecutori da parte di qualcuno. E di queste, il 78% non si è rivolta ad alcuna istituzione.

Sara Lettieri, trovata morta a Cirò Marina, in Calabria, a 42 anni.

Secondo i dati ISTAT nel 2015 il 35% delle donne nel mondo ha subito una violenza. In Italia sarebbero 6 milioni e 788 mila le donne che hanno subito violenze fisiche o sessuali, nel corso della loro vita. Il 31,5 % ha tra i 16 e i 60 anni. Di queste donne, il 12% non ha denunciato, per paura o per mancanza di forza o sostegno da parenti e amici. Il 66,3% dei femminicidi domestici censiti in Italia tra il 2000 e il 2013 (1.122 vittime in valori assoluti), secondo il Rapporto Eures, è direttamente riferibile a una relazione di coppia. Il movente è quasi sempre passionale.

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La legge non basta
La legge contro il femminicidio esiste ed è stata forse un deterrente visto il calo, seppur minimo, di casi di violenze contro le donne. Ma non basta. Spesso sono le stesse donne a ritirare la denuncia: per paura, ma anche perché in tante sono inclini al perdono. Molte altre però non sono economicamente indipendenti e sostenere il peso di una separazione e di un processo per tante diventa un costo insostenibile. Molte donne poi non vengono adeguatamente sostenute e accompagnate nel percorso di liberazione dal carnefice. I centri antiviolenza sono stati istituiti per combattere il fenomeno. Ma la distribuzione nel territorio non è equa e sufficientemente omogenea. Eccoli.

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(I centri antiviolenza in Italia – fonte grafico: Repubblica.it)

“Quattro donne su dieci che si rivolgono al tribunale per la separazione o per il divorzio sono state vittime di violenze da parte del marito o del compagno”, spiega Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione avvocati matrimonialisti italiani (Ami). “Le violenze più diffuse sono quelle fisiche e psicologiche (mobbing familiare), ma non mancano anche quelle sessuali ed economiche. Molti mariti in particolare utilizzano il potere economico per sottomettere le mogli. Il fenomeno della violenza intrafamiliare, in particolare all’interno di relazioni familiari anche di fatto, costituisce la più grande piaga sociale del Paese”.

I figli delle vittime e i fondi del piano antiviolenza
Nel dramma delle donne uccise si consuma un’altra emergenza, quella dei figli. Sono 1.628 dal 2001 ad oggi gli orfani del femminicidio, sono definiti “vittime secondarie”. Alle donne che subiscono violenze e ai loro figli saranno destinati 5 milioni annui nel triennio 2017-2019. Lo prevede un emendamento alla legge di bilancio approvato in Commissione alla Camera. Le risorse andranno al piano antiviolenza, ai servizi territoriali, ai centri antiviolenza e ai servizi di assistenza alle donne. Il Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità sarà quindi incrementato di 5 milioni annui.