A Hong Kong, la piazza non si arrende: nell’ennesima settimana di proteste, i manifestanti continuano a sfidare la repressione delle forze dell’ordine. La polizia ha sparato e un uomo è stato dato alle fiamme in una giornata di scontri violenti. Ora è in condizioni critiche per le ustioni di secondo grado sul 28% del corpo tra braccia e torace. L’episodio, ancora da ricostruire, è stato riportato dalla Rthk come avvenuto a Ma On Shan. In precedenza almeno due giovani sarebbero stati colpiti da colpi di pistola sparati dagli agenti a Sai Wan Ho.

La protesta è nata in occasione della legge sulle estradizioni in Cina, accusata di ridurre l’autonomia dell’ex colonia britannica a favore di una maggiore interferenza di Pechino, per diventare in poche settimane la voce delle nuove generazioni che vogliono più democrazia e libertà.

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1 milione e 700mila manifestanti in piazza lo scorso 18 agosto. Foto: Keystone
Lo status di Hong Kong

L’accordo del 1997 tra Regno Unito e Cina, il cosiddetto “Handover” di cui poche settimane fa è ricorso il 22mo anniversario, ha sancito il passaggio di Hong Kong da protettorato inglese a regione amministrativa speciale nella sfera di influenza di Pechino. Le contestazioni tuttavia non sono una novità nel panorama politico del Paese. Nel 2014, Hong Kong era già stata scossa da proteste durate quasi tre mesi. In quel caso, le manifestazioni erano scaturite dalla decisione del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo di riformare il sistema elettorale di Hong Kong. La riforma proposta, che avrebbe implicato una “preselezione” dei candidati alla leadership di Hong Kong da parte del Partito Comunista Cinese(PCC), poi non adottata, era stata percepita come una misura estremamente restrittiva dell’autonomia della regione.

Le ragioni della piazza

All’origine delle proteste di questi giorni vi è la preoccupazione da parte dei cittadini di Hong Kong circa il fatto che le richieste di estradizione verso la Cina continentale diano adito a violazioni dei diritti umani e che possano essere usate come pretesto per raggiungere i dissidenti politici fuggiti a Hong Kong dal territorio cinese. Il timore è che la nuova normativa possa legalizzare i rapimenti che si sono susseguiti a Hong Kong negli ultimi anni e di cui Pechino è stata in molte occasioni ritenuta la principale mandante.

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Il 2019 è l’anno degli “anniversari difficili” per il PCC, a partire da quello dei 30 anni trascorsi dalle proteste di piazza Tiananmen del 1989 che ha, ancora oggi, provocato una censura diffusa sulle piattaforme di comunicazione cinesi. La Cina si trova oggi di fronte al dilemma di evitare, da una parte, repressioni troppo dure, ma anche compromessi imbarazzanti per le autorità cinesi che potrebbero creare un precedente che rischierebbe di estendersi alle relazioni tra Pechino e altre regioni contese come Macao, Taiwan, Tibet, Xinjiang e Mongolia interna.