A Hong Kong, la piazza non si arrende: nell’11° weekend di protesta, oltre 1 milione e 700mila manifestanti hanno sfidato la pioggia e la repressione delle forze dell’ordine al Victoria Park. Anche i professiori si sono uniti alla protesta: hanno marciato indossando abiti neri e annodando nastri bianchi alle inferriate di metallo intorno alla Government House. Gli insegnanti hanno espresso, così, la loro solidarietà agli studenti e agli attivisti che da 11 settimane dichiarano, in modo pacifico ma imponente, il pieno dissenso contro la legge sulle estradizioni in Cina, accusata di ridurre l’autonomia dell’ex colonia britannica a favore di una maggiore interferenza di Pechino.

Foto: Keystone
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Centinaia di mezzi e blindati hanno invaso domenica le strade di Shenzhen, a pochi chilometri dall’ex colonia, con le migliaia di unità paramilitari cinesi. Il governo cinese ha assicurato che “non ci sarà una seconda Tienanmen”, ma le forze militari continuano a tentare di reprimere le proteste con cariche e idranti. Gli scontri con la polizia avrebbero causato finora decine di morti e feriti e le autorità hanno definito la protesta una “rivolta”.

Dopo le ultime proteste, la governatrice Carrie Lam ha proposto una “piattaforma per il dialogo” e ha annunciato che il provvedimento sulle estradizioni sarà accantonato definitivamente. 

LO STATUS DI HONG KONG

L’accordo del 1997 tra Regno Unito e Cina, il cosiddetto “Handover” di cui pochi giorni fa è ricorso il 22mo anniversario, ha sancito il passaggio di Hong Kong da protettorato inglese a regione amministrativa speciale nella sfera di influenza di Pechino. Le contestazioni tuttavia non sono una novità nel panorama politico del Paese. Nel 2014, Hong Kong era già stata scossa da proteste durate quasi tre mesi. In quel caso, le manifestazioni erano scaturite dalla decisione del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo di riformare il sistema elettorale di Hong Kong. La riforma proposta, che avrebbe implicato una “preselezione” dei candidati alla leadership di Hong Kong da parte del Partito Comunista Cinese(PCC), poi non adottata, era stata percepita come una misura estremamente restrittiva dell’autonomia della regione.

LE RAGIONI DELLA “RIVOLTA”

All’origine delle proteste di questi giorni vi è la preoccupazione da parte dei cittadini di Hong Kong circa il fatto che le richieste di estradizione verso la Cina continentale diano adito a violazioni dei diritti umani e che possano essere usate come pretesto per raggiungere i dissidenti politici fuggiti a Hong Kong dal territorio cinese. Il timore è che la nuova normativa possa legalizzare i rapimenti che si sono susseguiti a Hong Kong negli ultimi anni e di cui Pechino è stata in molte occasioni ritenuta la principale mandante.

Foto: Ansa
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Il 2019 è l’anno degli “anniversari difficili” per il PCC, a partire da quello dei 30 anni trascorsi dalle proteste di piazza Tiananmen del 1989 che ha, ancora oggi, provocato una censura diffusa sulle piattaforme di comunicazione cinesi. La Cina si trova oggi di fronte al dilemma di evitare, da una parte, repressioni troppo dure, ma anche compromessi imbarazzanti per le autorità cinesi che potrebbero creare un precedente che rischierebbe di estendersi alle relazioni tra Pechino e altre regioni contese come Macao, Taiwan, Tibet, Xinjiang e Mongolia interna.