L’Amazzonia, il polmone del mondo, è in fiamme. Le immagini di questi giorni sono impressionanti: il cielo su San Paolo, per almeno una settimana, è stato nero come se fosse notte. Sono oltre 74mila gli incendi dall’inizio dell’anno, +84% rispetto al 2018. Solo negli ultimi giorni ne sono stati osservati più di 9500. Un incremento drastico dovuto alle controverse politiche ambientali messe in atto dal presidente del Brasile Jair Bolsonaro: scienziati, ong per la tutela dell’ambiente e popolazioni indigene contestano al presidente di estrema destra il suo sostegno allo sviluppo delle coltivazioni agricole e allo sfruttamento minerario in zone protette.

Il fumo degli incendi oscura San Paolo

Bolsonaro ha innescato una violenta polemica politica prima negando l’emergenza e poi accusando le Ong, che – secondo l’ex militare – avrebbero provocato i roghi per vendicarsi del taglio dei finanziamenti decisi dal suo governo. In realtà, si tratta per la maggior parte di incendi causati dagli agricoltori: i roghi vengono appiccati nel tentativo di deforestare illegalmente per fare spazio a ranch per l’allevamento del bestiame e gli ambientalisti accusano il presidente di aver incoraggiato questa pratica.

Nelle ore dell’emergenza, Bolsonaro ha inviato l’esercito temendo sanzioni internazionali. Anche i vescovi brasiliani hanno attaccato il presidente: “Sono in corso criminose depredazioni – hanno detto – servono provvedimenti seri”. Intanto, mentre la bufera politica travolgeva il premier, l’hashtag #PrayforAmazonas diventava su Twitter un trending topic mondiale e le proteste dilagavano sui social.

Amazzonia. Agosto 2019. Foto: Afp

Tutto questo accade mentre la drammatica deforestazione in Amazzonia è aumentata del 278% negli ultimi 12 mesi: solo a luglio, sono stati distrutti 2253 km² di vegetazione, un’area pari a due terzi della Val d’Aosta. Le amministrazioni precedenti avevano ridotto la deforestazione del 76% negli ultimi 13 anni.

Il dramma brasiliano riguarda tutti: l’Amazzonia è il più vasto polmone verde mondiale, che produce il 20% dell’ossigeno atmosferico e assorbe ogni anno oltre 2 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. 

Non solo il Brasile è in fiamme. In Siberia, Alaska, Groenlandia e Canada, sono stati centinaia gli incendi degli ultimi mesi. Un fenomeno visibile anche dallo spazio e che testimonia la gravità del riscaldamento globale in atto. Secondo Greenpeace, dall’inizio dell’anno in Siberia è bruciata un’area di oltre 13 milioni di ettari. In Alaska, dall’inizio dell’estate si sono sviluppati oltre 600 incendi. L’Europa non fa eccezione: dall’inizio dell’anno sono stati registrati oltre 1.600 incendi boschivi, una cifra di tre volte superiore alla media dello scorso decennio, con oltre 270.000 ettari bruciati.

La deforestazione è ritenuta dagli esperti una delle principali cause degli incendi, insieme all’azione dei piromani e al riscaldamento globale.

Alcuni scienziati dell’ETH di Zurigo hanno quantificato l’impatto di una riforestazione sul bilancio di carbonio atmosferico. Lo studio ha dimostrato che aumentando la copertura terrestre coperta da foreste di poco meno di un miliardo di ettari potremmo assorbire circa due terzi di tutte le emissioni di carbonio atmosferico causate dall’attività umana. E non è affatto poco.