Otto paesi europei – tra cui l’Italia nonostante il “no” di Matteo Salvini – hanno finalmente messo fine al calvario dei 49 immigrati, bloccati da settimane a bordo della Sea Watch e della Sea Eye. Arriveranno in Italia in aereo dopo l’accordo con la Ue, come ha annunciato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nello scontro a distanza con il ministro dell’interno leghista. I migranti saranno visitati e poi distribuiti nei vari paesi. Le quote più rilevanti, 50 persone a testa, andranno in Germania e in Olanda, i due Paesi la cui bandiera è battuta dalla Sea Watch e dalla Sea Eye, mentre gli altri 80 saranno divisi tra Italia, Francia, Portogallo, Malta, Lussemburgo, Romania e Irlanda. In Italia, in dieci saranno accolti dalla chiesa valdese.

Dopo il caso della nave Diciotti, un’altra sconfitta politica personale per Salvini che sulla pelle dei migranti bloccati in mare costruisce le basi per la campagna elettorale per le elezioni europee di primavera.

Per tanti, la linea aggressiva e ultra reazionaria del leader leghista è un tentativo di distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi legali del suo partito che deve all’Italia 49 milioni di euro, cercando sempre capri espiatori a cui  attribuire le responsabilità di ogni problema. Nonostante la propaganda quotidiana racconti altro, per Matteo Salvini le sconfitte, tuttavia, sono sempre più numerose.

SEA WATCH: LA DOPPIA SCONFITTA DI SALVINI

L’ascesa nei sondaggi pare essersi arrestata e i numeri relativi al calo di consensi, soprattutto nella aree più ricche del Nord Est, iniziano a preoccupare lo staff del “Capitano”. La vicenda Sea Watch per il leader della Lega è uno smacco doppio sia perché dimostra come la dottrina Salvini sull’accoglienza zero sia messa seriamemente in discussione ma soprattutto perché stabilisce una linea di comando nelle mani del premier Conte e non del Viminale. Poi c’è l’Europa, senza la quale, ancora una volta dopo il caso Diciotti, lo strazio dei migranti non avrebbe visto la parola fine.

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IL FLOP RIMPATRI

Il vero flop per il ministro leghista è sul suo terreno, quello sui rimpatri e la sicurezza. Il Sole 24 Ore ha tracciato una analisi inattesa: i “clandestini” rimpatriati dal «governo del cambiamento» Conte-Salvini-DiMaio sono meno di quelli rimpatriati nello stesso periodo dal governo precedente. Stando ai dati del Viminale, i migranti irregolari riportati nei paesi di origine nei mesi di giugno, luglio e agosto 2018 sono stati 1296, un numero in calo rispetto ai 1506 dello stesso periodo del 2017.

LE BUGIE SUI PORTI CHIUSI

I porti italiani non sono chiusi, nonostante la propaganda salviniana. Lo spiega il senatore Gregorio De Falco, cacciato di recente dal M5S perché contrario al Dl Sicurezza: “Sto seguendo le vicende della Sea Watch. Dire che i porti sono chiusi è un modo improprio di esprimersi. Nelle convenzioni internazionali esiste il diritto di passaggio inoffensivo. Bisognerebbe capire perché la politica dice ciò che non è. Qualsiasi nave in emergenza, rivolgendosi al Comando del porto, e non ai presidenti delle autorità che hanno in mente evidentemente campagna elettorale, manifestando la situazione, possono chiedere di entrare in porto e attraccare. Non c’è alcuna competenza del Ministero degli Interni. Non si tratta di persone che chiedono ingresso, ma di naufraghi. Quindi non si tratta di attivare “Dublino 3?

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LO SCONTRO SUL DL SICUREZZA

Il Dl Sicurezza è l’ennesimo fronte di scontro nella maggioranza, tra parlamentari 5 Stelle cacciati per non averlo votato, quelli che minacciano di lasciare il movimento, le critiche di Fico, i malumori della base e le parole di alcuni sindaci grillini, come quello di Pomezia e il livornese Nogarin che lo ha definito una brutta legge scritta male.
Il Decreto Sicurezza, ormai legge, è stato duramente contestato da molti sindaci e sarà impugnato davanti alla Corte da alcune regioni come la Basilicata, la Toscana, il Piemonte, l’Umbria, l’Emilia Romagna. Per molti analisti e amministratori, la nuova legge presenta profili di iconstituzionalità. Ciò che è certo, finora, è che la fine del sistema Sprar farà uscire dai programmi di inclusione sociale migliaia di migranti, un’emergenza che dovrà essere gestita dalle amministrazioni comunali. Ci saranno, così, molti più irregolari nelle nostre strade: uomini e donne che sarà difficile tracciare e quasi impossibile rimpatriare. Mancano infatti i necessari accordi con i paesi di provenienza e l’Italia ha obblighi internazionali derivanti da trattati che ha liberamente sottoscritto, anche durante i governi Berlusconi di cui la Lega Nord era fedele alleata.

LO SHOW SUGLI SGOMBERI

Non è solo il tema immigrazione e sicurezza a tenere banco nella propaganda permanente del ministro degli interni. Lo sgombero delle ville del clan Casamonica a Roma era stato deliberato a gennaio dal presidente della regione Zingaretti, ma è stato Matteo Salvini a trasformare ancora una volta un’azione di legalità in show mediatico. Dirette facebook e sopralluoghi alle prime luci dell’alba: così, il “Capitano” si è preso il merito a reti unificate.

Il grande stabile nel centro di Roma occupato da Casapound.

Gli sgomberi degli ultimi mesi non hanno interessato però solo il clan romano. Alcune delle palazzine “liberate” erano occupate anche da persone in evidenti e reali necessità economiche. Decine di famiglie, italiane e straniere, si sono ritrovate in strada, scatenando le critiche anche della sindaca di Roma Virginia Raggi che ha chiesto al governo un maggiore coordinamento sugli sgomberi, necessaio per fornire un’alternativa abitativa alle persone coinvolte. Continuano intanto a cadere nel vuoto gli appelli di tanti romani –  e anche della sindaca – affinché sia sgomberata Casapound dallo storico stabile nel centro della Capitale che l’organizzazione di estrema destra occupa abusivamente da anni. Salvini ha dichiarato che c’è altro di più urgente, riaffermando così la sua politica forte con i deboli ma totatalmente ossequiosa verso gli squadristi da stadio e i neofascisti “del terzo millennio”.

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IL FLOP SU DUBLINO E VIESEGRAD

I continui attacchi del Viminale contro gli alleati europei stanno rendendo l’Italia un paese sempre più isolato. In un clima sempre più teso è evidente come si allontanino le possibilità di modificare gli accordi e i trattati. Tra tutti, quello di Dublino, la cui riforma è stata promessa più volte in campagna elettorale ma del quale non si parla quasi più. La vicinanza ai paesi dell’ex blocco sovietrico di Visegrad, inoltre, si è rivelata un boomerang per il nostro paese: l’Ungheria di Orban si oppone alla redistribuzione dei migranti, come ad ogni proposta di modifica dei trattati, Dublino in testa.

E’ questa la vera sconfitta del Capitano: un’Italia più insicura e più sola è la peggiore premessa per ogni ipotesi di riforma. E nulla è per sempre, men che meno il consenso.

Di Mauro Orrico
Salentino di origine, romano di adozione, è laureato in Scienze Politiche (La Sapienza) con Master in Tutela Internazionale dei Diritti Umani. Ha lavorato per Rai3 e La7d. Da 12 anni è anche organizzatore di eventi di musica elettronica e cultura indipendente. Nel 2014 ha fondato FACE Magazine.it di cui è direttore editoriale..