Ci sono donne di cui in pochi parlano. E c’è una resistenza silenziosa che in Siria combatte uomo a uomo, casa per casa, il terrore dello stato islamico e degli uomini di daesh. Una resistenza silenziosa e vincente: l’unica che ha liberato Kobane che è divenuta la città simbolo della lotta contro l’Isis. Il popolo curdo non è solo il nemico dei terroristi: i curdi combattono e sono bombardati, discriminati e quotidianamente attaccati dalla Turchia di Erdogan. Una guerra non dichiarata contro un popolo storicamente laico e democratico, che è rimasto uno degli ultimi oppositori del regime turco. Nel gennaio scorso, dopo 134 giorni di combattimenti contro l’Isis, le forze armate curde siriane del YPG e YPJ, con il sostegno di attacchi aerei americani e i peshmerga iracheni, sono riuscite a liberare la città di Kobane dalla presenza dei miliziani.

Al fianco dell’Unità di difesa del popolo curdo (Ypg), combatte contro l’Isis nei territori siriani una milizia armata composta esclusivamente da donne (Ypj). Donne che hanno dimostrato di essere una forza armata competente. “Molte brigate in Siria e Iraq non sarebbero riuscite a resistere”, ha affermato Kadar Sheikhmous, una consulente politica curda all’International Business Times. “Molte di queste donne erano civili prima della guerra, fra cui diverse studentesse universitarie. Oggi portano sempre un proiettile nelle loro tasche per evitare di cadere prigioniere dell’Isis”.

Parliamo di un esercito di donne specializzate in guerriglia che mette in atto da mesi azioni per difendere i confini del proprio territorio ma anche della propria storia e dell’identità. Sono donne, dotate di coraggio e determinazione, che oltre ad affrontare la lotta la pianificano dal punto di vista strategico, attività abitualmente riservata agli uomini. Le guerriglie di donne curde si fondano su una base ideologica che si inserisce all’interno dei principi della parità di genere, femminismo e della lotta per una società socialista.

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LA QUESTIONE CURDA NEL CONTESTO INTERNAZIONALE
I curdi in Siria non combattono solo l’Isis ma anche il nemico interno delle forze turche del presidente Erdogan. Ne è un esempio l’esecuzione di Kevser Elturk (Ekin Van), combattente delle YJA STAR torturata e uccisa dai militari turchi ed esposta nuda in modo disumano nel centro della città di Varto nel Kurdistan turco.

C’è un proverbio curdo che dice: “Şêr şêre çi jine, çi mêre”, che significa “Un leone è un leone, maschio o femmina che sia”. Parole che dicono molto della cultura di un popolo che combatte per il riconoscimneto del proprio territorio.
Popolo indoeuropeo situato nella tradizionale regione del Kurdistan (nella zona dell’Asia Occidentale), i curdi oggi si ritrovano divisi in vari paesi, tra cui la Siria. Da secoli lottano per difendere il proprio territorio contro gli innumerevoli tentativi di annessione da parte delle potenze occidentali e arabe. Come nel caso dei palestinesi, i curdi non possono contare su uno Stato riconosciuto a livello internazionale e i membri della sua comunità si trovano oggi sparsi in varie nazioni orientali, principalmente Turchia, Iran, Iraq e Siria. La Primavera araba aveva rappresentato una speranza, ma si è conclusa nel peggiore dei modi e oggi la Siria è divorata da una guerra civile in cui le forze dell’Isis – ma anche quelle del governo di Assad – seminano terrore e morte. Oggi i curdi combattono anche con le armi fornite dal governo tedesco e italiano e sono addestrati dai nostri militari inviati in Iraq, nella regione di Erbil, per addestrare i Peshmerga, combattenti impegnati nel contrasto all’avanzata dell’Isis. Eppure di fronte al popolo curdo si ergono enormi giganti, le grandi potenze occidentali in primis, che sminuiscono il suo valore e la sua scelta di difendere la propria terra. Come quella delle sue donne.

Foto Creative Commons di Free Kurdistan via Flickr

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