In Turchia si è votato nell’ultimo periodo praticamente ogni anno. E da ben 17 anni il partito conservatore ha sempre avuto successo in ogni competizione elettorale; le prossime saranno nel 2023.
Per Recep Tayyip Erdogan, le elezioni amministrative di domenica sono uno smacco. Mentre la Turchia è travolta da una crisi economica profonda, il Paese cambia, così come il consenso verso il “Sultano” che negli ultimi anni ha accentrato nelle sue mani tutti i poteri. Non è bastata la stretta sulla stampa: nell’indifferenza del mondo occidentale, in Turchia vengono chiusi media e giornali ogni giorno. Eppure qualcosa è cambiato.

Ad Ankara, la capitale, vince il candidato sindaco socialdemocratico. A Istanbul, il candidato repubblicano dell’opposizione a sindaco, Ekrem Imamoglu, ha sconfitto l’ex premier e fedelissimo del Sultano Binali Yildirim.
I repubblicani progressisti vincono anche a Smirne, Antalya e in ben 7 città sulle 12 più grandi della Turchia. Inoltre, nel sud est dell’Anatolia, la formazione filo curda è tornata a conquistare tutti i centri maggiori e i comunisti vincono nel primo capoluogo di provincia.

Tuttavia per Erdogan non è una sconfitta. A livello nazionale, il presidente turco e il suo partito, l’Akp, ottengono circa il 45% dei consensi (più del 50% in coalizione). Il sultano stravince in Anatolia: 57%, contro il 37% dell’Alleanza di sinistra e curda. Ma nel resto del paese cresce l’opposizione: il socialdemocratico Chp è sopra il 30%, i liberal-conservatori dell’Iyi permettono alla coalizione di avvicinarsi al 40% e la sconfitta nelle grandi città assume un valore più che simbolico.

Nei giorni della sconfitta dei sovranisti di Viesegrad in Slovacchia, anche in Turchia qualcosa lentamente cambia.