Sacko Soumayla viveva in una baraccopoli a San Ferdinando, in provincia di Vibo Valentia. Aveva 29 anni, ed è stato ucciso da un altro uomo, con una pallottola di fucile piantata in testa. Era un sindacalista delle Usb, un migrante regolare – come gli altri due uomini insieme a lui – ed era originario del Mali. Non era un ladro, ma un giovane uomo sempre in prima linea per difendere i diritti dei lavoratori immigrati nella Piana di Gioia Tauro, sfruttati e costretti a vivere nelle baraccopoli costruite con pezzi di lamiere. Era proprio una lamiera quella che Soumali stava andando a prendere in quella discarica a cielo aperto dove i rifiuti sono abbandonati senza alcuna proprietà. Un uomo, secondo le testimonianze dei due sopravvissuti, è arrivato in una macchina sparando con un fucile, non aveva alcun diritto di proprietà. Soumali è morto in ospedale e ora gli investigatori stanno cercando di capire chi sia il colpevole. Si indaga anche nell’ambito delle cosche mafiose che gestiscono il racket in quel territorio e non si esclude che si sia trattato di un regolamento di conti per far fuori un uomo “scomodo”.

In foto: Sacko Soumaila.

Poche parole di condanna dal neo ministro dell’Interno Matteo Salvini e poi il silenzio, perché la tolleranza è zero se la vittima è un italiano, il solito menefreghismo è invece la risposta se la vittima è un maliano. Nelle stesse ore, il neo ministro annunciava che “la pacchia”, ovvero la presunta bella vita degli immigrati, è destinata a finire. Eppure di pacchia c’è ben poco nella Piana di Gioia Tauro, come nel vibonese.

Ieri, un centinaio di migranti sono scesi in piazza. Aboubakar Soumahoro, dirigente sindacale dell’Usb di Foggia, dove i braccianti hanno incrociato le braccia in solidarietà con la comunità della Piana, ha spiegato al megafono: “A Salvini vogliamo dire che la pacchia è finita per lui, perché per noi la pacchia non è mai esistita; per noi esiste il lavoro. Sappiamo che in Calabria esiste gente che ricorda il proprio passato di migrante. Noi siamo lavoratori, italiani, africani, bianchi, neri e gialli. Abbiamo lo stesso sangue e vogliamo gli stessi diritti”.

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Nelle campagne calabresi si lavora e si muore per 2 euro l’ora. I braccianti vivono tra rifiuti tossici e lamiere in campi e capannoni come quello in cui si è consumata la tragedia di Soumali, una struttura ben nota alle forze del’ordine e già sequestrata una decina di anni fa nell’ambito di un’inchiesta della Procura della Repubblica sullo smaltimento e lo stoccaggio di 135 mila tonnellate di rifiuti industriali tossici e pericolosi tra Calabria, Puglia e Sicilia. Il Prefetto di Vibo Valentia aveva imposto la distruzione dei prodotti agricoli coltivati nelle vicinanze dell’area interessata. Questa è la “pacchia” degli ultimi schiavi dei nostri giorni. 


Di Mauro Orrico
Salentino di origine, romano di adozione, è laureato in Scienze Politiche (La Sapienza) con Master in Tutela Internazionale dei Diritti Umani. Ha lavorato per Rai3 e La7d. Da 12 anni è anche organizzatore di eventi di musica elettronica e cultura indipendente. Nel 2014 ha fondato FACE Magazine.it di cui è direttore editoriale..