In questi giorni, come saprete, è diventato virale il video che riprende Katia Ghirardi, direttrice della filiale di Intesa San Paolo di Castiglione delle Stiviere, e i suoi colleghi bancari. Un video senza dubbio irriverente, simpatico e comico e, per molti utenti, stupido ed imbarazzante. Non sono mancate, come è solito dei leoni da tastiera, offese personali, anche pesanti, verso la direttrice della filiale. Molte aziende hanno saputo sfruttare il potenziale del video: Ceres, Unieuro (che tra tutti è l’unico che si “preoccupa” del povero Fabio rimasto a casa malato) e Taffo Funeral Service.
Le persone protagoniste del video sono goffe, ridicole e, per alcuni, sotto l’effetto di strane sostanze…Ma la realtà è ben diversa e dispiace doverla puntualizzare ancora oggi.
I dipendenti della suddetta filiale non sono stati sicuramente assunti per essere eperti di marketing e comunicazione, ma solo perché fanno bene il loro lavoro: gli impiegati in banca.
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Cosa si nasconde dietro questo video “surreale”?
La realtà è ben diversa da quella a cui abbiamo assistito fino ad oggi. Infatti si tratta di un video girato per un contest aziendale mirato alla testimonianza del lavoro di squadra in ogni filiale Intesa. Il contesto, allora, è differente da quello immaginato. Nessuno dei partecipanti avrebbe mai pensato di vedere questi video condivisi sui social per tutta Italia.

Certo, viviamo nell’era dove Internet è il principale mezzo di diffusione di massa, ma questo non dà a nessuno di noi il diritto di scagliarsi contro una filiale che risponde alle esigenze aziendali. Sono molteplici le realtà lavorative che adoperano questo tipo di approccio: il teambuilding (questa la definizione corretta) viene attivato per incentivare e motivare il lavoro di squadra in un’azienda. Chiunque abbia un minimo di esperienza professionale in queste realtà sarà stato coinvolto in situazioni similari con scenette, video buffi girati durante le pause di lavoro, coreografie eseguite in ufficio come rituale settimanale o anche solo per rendere più “leggera” la giornata di lavoro. Nessuno, però, vorrebbe diventare famoso per questo genere di performance, tanto meno se a questo segue una serie di offese anche personali verso i protagonisti del filmato.

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L’attacco alla direttrice, la risposta dell’azienda e l’intervento, sbagliato, dei sindacati
Una delle cose più tristi di questa vicenda, e ce ne stanno diverse, è che il bullismo nei confronti di Katia Ghirardi viene scagliato contro il suo aspetto fisico, il suo credo religioso (pare sia molto cattolica), il suo modo di parlare e di vestire. Offese ed insulti che mirano alla sua sfera personale, non lavorativa.
La risposta dell’azienda è arrivata solo una settimana dopo che il caso è esploso sui media, con la solidarietà espressa da Banca Intesa alla sua dipendente. I sindacati, invece, hanno detto la loro qualche giorno fa definendo questi video “fantozziani”. Ovviamente i sindacati sbagliano, veicolando un messaggio totalmente errato: gli impiegati si sono coperti di ridicolo come il ragioniere tanto amato dagli italiani? La cosa che dimenticano i sindacati in questione quando chiedono che queste iniziative vengano abbandonate dall’azienda è che questi filmati dovrebbero rimanere privati ai stretti destinatari (in questo caso la Direzione Regionale).

I profili social dell’azienda sono stranamente afoni in questi giorni. Avrebbero potuto disinnescare la bomba esplosa contro Katia Ghirardi e i suoi colleghi semplicemente dicendo che anche loro “ci stanno”, anche loro “ci mettono la faccia e il cuore”. Una collega di Katia ha scritto sul profilo di Selvaggia Lucarelli (che ha scritto della faccenda, in difesa della direttrice): «Lei ora è nell’oblio dell’imbarazzo, isolata dal sindacato ed additata dai colleghi. La sua carriera, anche se non oggi, è conclusa. La banca, anche ai piccoli livelli, è una massoneria onerosa e ripugnante. Il caso David Rossi insegna».

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Una cattiva politica aziendale
Un altro elemento da analizzare riguarda le cattive politiche aziendali che mirano esclusivamente alla visibilità dell’azienda. Il motto “bene o male, purché se ne parli” non è valido per queste realtà. La visibilità, di per sé, è irrilevante. Ciò che conta è la buona visibilità e gli obiettivi raggiunti nel breve periodo. I social, sicuramente, hanno aumentato questo ideale ma i responsabili marketing e comunicazione devono essere capaci di capire la differenza tra l’awareness e la notorietà dell’azienda. La viralità aziendale ad ogni costo, anche con la cattiva pubblicità, porta necessariamente al declino dell’impresa. Bisogna sapere utilizzare il fantastico mondo dei social network in cui siamo immersi che può diventare, altrimenti, un mondo pericoloso e arduo da gestire.
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“La speranza è l’ultima a morire”
Il fatto rincuorante è che rimaniamo un popolo con una forte autocritica, un elevato senso di curiosità che ci spinge ad andare sempre oltre e, raramente, veniamo colpiti da una folata di sensibilità verso gli altri. Sono infatti tantissimi gli utenti che hanno difeso Katia, che hanno detto la loro sulla vicenda tenendo in considerazione l’intero contesto in cui è avvenuta.

Episodi del genere portano alla memoria altri fatti più gravi e finiti nel peggiore dei modi come quello riguardante Tiziana Cantone (la ragazzina suicida in seguito ad un video diventato virale che la ritraeva in intimità con un ragazzo). La sensibilizzazione verso il cyberbullismo deve aumentare, bisogna far riflettere perché, anche se non sembra, può essere letale per chi lo riceve.
In questi giorni, in Germania, è entrata in vigore la “Legge Facebook” che sanziona con multe salatissime l’hate speech e post offensivi sui social network. Ci auguriamo che l’Italia sia la prossima ad affrontare questo delicato argomento in termini legislativi.
Molte persone, anzi la maggior parte, sono goffe e buffe, soprattutto quando si riprendono mentre camminano per strada e parlano da sole davanti al telefonino per pubblicare l’ennesima “story” della loro giornata. Ma questo non è rilevante: condividere è bello, divertente, interessante…l’importante è che a fine giornata ognuno abbia potuto svolgere liberamente il proprio lavoro.