Tutto è nato dall’idea che “la casa sia un diritto umano fondamentale”. Come spiega Juha Kaakinen, che ha guidato gran parte del lavoro su “Housing first” in Finlandia. “Perché la disponibilità di un luogo dove vivere aumenta l’autostima e il benessere”. Così il governo di Helsinki e le amministrazioni locali puntano ad azzerare il numero di senzatetto, dando a tutti una casa. Per i più critici si tratta di una forma di assistenzialismo costoso e insostenibile. Ma i dati dimostrano il contrario perché il risparmio per il governo è superiore rispetto alla spesa. Dare una casa a persone in estrema difficoltà accresce infatti il benessere e la qualità della vita dell’intera società, ma implica anche risparmi complessivi importanti sui servizi sanitari di emergenza e sul sistema di giustizia penale.

Il programma “Housing first” ha fatto crollare il numero degli homeless del 35% ed oggi è difficile trovare un senzatetto per strada. Al contrario, nel vicino Regno Unito l’aumento, dal 2010 ad oggi, è stato del 134% e i clochard che muoiono per strada o in alloggi temporanei è più che raddoppiato negli ultimi cinque anni, a più di uno a settimana. L’età media degli homeless che muoiono, di freddo, fame o per malattie, è 43 anni, circa la metà dell’aspettativa di vita nel Regno Unito. Così anche a Londra, come nel resto del mondo, nascono progetti che puntano ad affrontare il dramma di chi non ha un alloggio.

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Altre forme di aiuto si moltiplicano nel mondo. Come a Medicine Hat, una cittadina canadese di 60mila abitanti che è riuscita a dare una casa a tutti i clochard, grazie ad un progetto pilota che ha l’obiettivo di trovare un alloggio permanente a chi non ha una casa entro un massimo di 10 giorni dal momento in cui ne fa richiesta.

E IN ITALIA?

Nel nostro Paese gli esempi affini a quello di Medicine Hat sono vari. Come il progetto Rolling Stone a Bergamo, il progetto Tenda a Torino, o le iniziative di Fondazione Progetto Arca a Milano, della Caritas di Agrigento (sia per migranti che per italiani) e quelle di amici di Piazza Grande a Bologna. La Federazione italiana organismi per le persone senza dimora (FioPsd) sottolinea l’utilità di progetti come Medicine Hat, utili a migliorare la vita di centinaia di uomini e donne ma anche a far risparmiare le casse pubbliche: “L’inserimento di un utente in una comunità di recupero per alcolisti o tossicodipendenti – dicono dalla Federazione – viene a costare rispettivamente 125 e 85 euro al giorno; mentre il costo dell’affitto di questi appartamenti è di 25 euro al giorno cadauno”.