Da oggi cinquanta braccianti pugliesi e lucane saranno coinvolte nella prima filiera bio-etica contro il caporalato dedicata alle donne. L’iniziativa è dell’associazione NoCap dell’attivista camerunense Yvan Sagnet, del Gruppo Megamark e della Rete Perlaterra. La rete Nocap da anni si batte per la difesa di chi lavora nei campi, immigrati e non, ed è stata tra gli organizzatori del primo grande sciopero di braccianti a Nardò, nel 2011. Il Gruppo Megamark di Trani è invece il leader della distribuzione nel Mezzogiorno con oltre 500 supermercati, mentre Perlaterra è la rete tra imprese che promuovono pratiche agroecologiche di lavoro nei campi.

Grazie all’iniziativa chiamata “Iamme”, cambiano finalmente i ritmi, gli orari e le dinamiche del lavoro nella terra: le donne vittime di caporalato inizieranno così a raccogliere uva da tavola biologica nelle terre di Ginosa con un contratto regolare che ricalca quello provinciale da 6,5 ore al giorno, contro le 10 imposte dai caporali per una paga di 30 euro, oltre al costo del trasporto su mezzi pericolosi. Le lavoratrici avranno a disposizione un alloggio e il trasporto gratuito verso i luoghi di lavoro.

Al Fatto Quotidiano, Anna, bracciante di 42 anni che lavora nei campi da quando ne aveva 14, ha raccontato la sua storia di soprusi e ingiustizie imposte dai caporali, per più di 20 aziende pugliese. “La giornata lavorativa iniziava alle 5.30 – ricorda -, ma spesso dovevamo andare a lavorare in zone distanti da Taranto, ad esempio nel Barese, a due ore e mezzo di viaggio in furgoni omologati per nove persone e nei quali entravamo in 18. Il caporale ci faceva lavorare ogni giorno, non ci riposavamo nemmeno la domenica – continua –. Poi a fine mese ci diceva ‘ti ho segnato 20 giorni’, così tu sapevi che gli altri 10, più gli straordinari, se li intascava lui o facevano risparmiare l’azienda sulle paghe. Prendevamo al massimo 600 euro al mese. Non sono mai stata picchiata, ho dovuto sopportare qualche avances, ma soprattutto venivamo continuamente offese mentre lavoravamo. (…) Una volta chiesi a un caporale di poter andare in bagno, lui mi disse di fare quello che dovevo poco più in là. Mi ribellai, gli dissi che non eravamo animali, che avevamo la nostra privacy, e me ne andai, ma durò poco. Quelli che ci sottomettevano ogni giorno erano gli stessi uomini che incontravamo in giro in paese, al bar, in chiesa. Era tutto normale”.

Ora, la vita delle 50 braccianti può finalmente cambiare.