“Facciamo finta di niente per continuare a vivere”. Jacqueline è una cinquantenne sprint, lavora come autista per una scuola di una banlieue nel 19esimo arrondissement e, quando ha tempo, ama ancora andare in giro per godere della bellezza di Parigi. “Cerco di arrotondare come posso, anche con piccoli lavori stagionali. Voi venite qui per il lusso della moda, ma fatevi un giro nelle banlieue e scoprirete una città diversa. C’è ancora gente che vive sotto i ponti, che stenta ad arrivare a fine mese, ma il problema è che, dopo quello che è successo, ogni altra cosa sembra essere passata in secondo piano” spiega mentre guida con lo stupore sul viso perché qualcuno sta ascoltando ciò che dice. Dopo gli attentati terroristici, l’ultimo una settimana fa, il 3 febbraio al Louvre, il clima della Ville Lumière non è più così sereno come una volta. Anzi, sarebbe meglio dire che l’incoscienza è l’unica arma per andare avanti e vivere una vita normale. Come se non fosse successo nulla.

Parigi è la città che più di ogni altra ha pagato in Europa il prezzo del terrorismo. Secondo i dati del Comitato regionale del turismo, nei primi sei mesi del 2016 la capitale francese è stata disertata da giapponesi (-46,2%), russi (-35%), italiani (-27,7%), cinesi (-19,6%) e americani (-5,7%). La strage di Nizza del 14 luglio, poi, ha dato un altro colpo. In città, militari e gendarmerie sono ovunque e pattugliano anche le vie più nascoste. Di sera, però, Parigi è ancora un viavai di gente e nottambuli che, nonostante i 3 gradi sotto lo zero, si divertono a stare all’aperto con loro birra in mano e la clope (sigaretta) da scroccare con gentilezza al primo passante di turno. In barba a chi pensa che i cugini d’Oltralpe siano tutti snob.

I tetti di Parigi hanno ancora quel colore grigio fumo che li rende magici ad ogni ora del giorno. E incorniciano la città in un quadro impressionista che non ha timore del futuro. Malgrado tutto, sono rimasti lì. Hanno osservato la cronaca nera dall’alto e hanno subito i colpi del terrore. Ma hanno anche reagito per non lasciare il passo alla paura e alla disperazione. Sulla promenade che da Rue d’Ormesson, a pochi minuti da Place des Vosges, porta a Rue de Rivoli, attraversando la Place de l’Hôtel de Ville, dove la giostra colorata per bambini gira già con le prime luci dell’alba, Alain ha “scelto” di dormire per strada, proprio sulla porta accanto allo store di Zara. Ha 38 anni, la madre è di origini tunisine e lui, che parla tre lingue (tra cui un po’ di italiano), ha perso il lavoro di impiegato in una conciergerie. “Ciao, come stai?”, chiede mentre porge la mano per avere qualche centesimo e comprare nella prima boulangerie un croissant caldo. Nella conversazione racconta “Quella di vivere per strada è stata una scelta. Ma che non ho fatto io, lo hanno deciso gli altri per me. Avrei voluto continuare a lavorare nell’hotel di République dove accoglievo i clienti alla reception da anni. Ma poi la crisi, i tagli, ed ecco la mia nuova casa. Per fortuna non ho figli!”(sorride).

Mentre Alain continua la giornata con il suo nuovo impiego, chiedendo l’elemosina e lasciandosi aiutare da qualche associazione cittadina anche solo per fare una doccia, poco più avanti si è svegliato il Louvre che, già di buon mattino, vede orde di turisti accalcarsi per ammirare i suoi tesori. E si è svegliata pure la moda. L’Haute Couture, di cui Parigi è la capitale, che con maison storiche e internazionali porta in passerella nuove visioni estetiche. E sogni. Che forse sono quelli che mancano ai molti clochard che come Alain, per necessità e sfortuna, si ritrovano ad avere una dimora sulla strada e pochi stracci da indossare. La Parigi nazionalista, fiera, ferita nell’orgoglio e nell’anima. Quella Ville che ha fatto delle fermate metro piccoli capolavori d’architettura contemporanea e che sono musei sotterranei. Mentre la Tour Eiffel è il faro della speranza che illumina la Senna con il suo sguardo vigile.La Parigi underground che di notte si rinchiude nei club de Le Marais in cerca d’amore. O di sesso senza impegno per dimenticare. Ma anche la Parigi delle cicatrici. Che guariscono ma non passano e segnano per sempre, così come è successo a New York dopo l’11 settembre, i pensieri e le parole di chi, nel bene o nel male, vive in questa città, perché ne è innamorato.