Essere gay, lesbica, transgender o bisessuale in Polonia è sempre più difficile. Nel Paese più conservatore d’Europa, per le persone Lgbt+ anche esistere è un atto di resistenza. Supportato da un sentimento anti-gay fortemente diffuso nell’opinione pubblica, complice anche la chiesa cattolica, il governo sovranista continua con la sua campagna di odio iniziata nel 2018.

Venerdì 7 agosto, a Varsavia, una protesta pacifica contro l’omofobia e la “detenzione preventiva” dell’attivista per i diritti umani, Margot Szutowicz, ha portato ad oltre 50 arresti con brutali violenze da parte della polizia contro i manifestanti. Gli agenti sono intervenuti con estrema brutalità pestando con manganelli anche donne e anziani. Due attivisti sono stati prelevati in casa e arrestati per aver posto la bandiera arcobaleno su alcuni monumenti della città, mentre altri sono stati condannati per direttissima a due mesi di prigione senza la condizionale. Tra gli arrestati anche un italiano, poi rilasciato.

© Foto raccolte da Kampania Przeciw Homofobii per ILGA-Europe

La nuova crociata anti-gay del governo arriva dopo aver ritirato lo scorso 25 luglio la Polonia dalla Convenzione di Istanbul sulla violenza sulle donne. Il tema è stato una questione dominante durante le elezioni presidenziali di quest’anno e il presidente rieletto Duda ha attaccato duramente la comunità Lgbt+ per garantirsi la vittoria elettorale. Nell’ultimo anno, oltre 100 comuni controllati dal partito sovranista al potere si sono dichiarati “zone franche Lgbt” adottando politiche che discriminano la comunità. Il clima di odio contro le persone omosessuali è spesso elogiato dalla chiesa e dall’emittente cattolica integralista Radio Maryja. Mesi fa uno dei principali vescovi polacchi aveva definito l’omosessualità “la peste arcobaleno, micidiale per la nazione come fu la peste rossa, il comunismo”.

L’Europa ha punito la Polonia tagliando le sovvenzioni alle città polacche proclamatesi “lgbt-free”, ma in tanti chiedono una presa di posizione netta contro il governo e le sue politiche ultareazionarie. Fabrizio Marrazzo del Gay Center chiede che “L’Ue fermi i finanziamenti e attui azioni restrittive contro il governo del Paese”. ILGA-Europe lancia un appello all’Unione europea, al Consiglio d’Europa e alle Nazioni Unite affinché alzino la voce contro la violenza della polizia e la detenzione arbitraria e chiede il rispetto dello stato di diritto e dei diritti fondamentali in Polonia. Per ora le grandi cariche Ue tacciono. Nei prossimi giorni, cambierà qualcosa?