Era l’estate 2011 e dalla baraccopoli della masseria Boncuri nelle campagne di Nardò in provincia di Lecce partiva la protesta dei braccianti stranieri. La “rivolta” fu organizzata dal giovane ingegnere camerunense Yvan Sagnet, testimone tra i più importanti nel processo contro i suoi sfruttatori e oggi presidente dell’associazione No Cap. Le proteste denunciavano la vita e il lavoro dei migranti nelle campagne pugliesi. Pochi euro al giorno, condizioni disumane, centinaia di braccianti ridotti in schiavitù nel Ghetto di Nardò. Raccoglievano le angurie che poi finivano nei grandi centri commerciali della Lombardia e dell’Emilia Romagna. Ora finalmente è arrivata la sentenza e la Corte d’Assise di Lecce ha condannato 12 persone a pene comprese tra i 3 e gli 11 anni di reclusione, riconoscendo anche l’associazione a delinquere e la riduzione in schiavitù. Sono stati ritenuti colpevoli Pantaleo Latino, il referente dell’organizzazione secondo i giudici, Marcello Corvo, Livio Mandolfo e Giovanni Petrelli. E’ stato condannato anche un gruppo di tunisini e un algerino, accusati di procurare i braccianti al loro arrivo in Sicilia. Gli imputati sono stati condannati al risarcimento dei danni in favore delle parti civili che ne hanno fatto richiesta per 20.000 euro. Saranno risarciti Cgil nazionale, Flai Cgil Lecce, Regione Puglia, associazione Finis Terrae e sei braccianti, tra cui Yvan Sagnet, a capo della rivolta del 2011.

L’indagine è stata condotta del 2011 dal sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone con l’ausilio del Ros dei carabinieri, nell’ambito dell’operazione Sabr. La sentenza di primo grado è la prima controffensiva al caporalato nel Salento quando la legge su questo dramma ancora non esisteva. L’operazione ha decapitato l’intero apparato di caporali che da anni, secondo gli inquirenti, gestiva la raccolta delle angurie a Nardò. Alla lettura della sentenza c’è stato il gelo tra gli avvocati della difesa, abbracci invece tra i sindacalisti presenti in aula i cui legali hanno definito il verdetto “Una pietra miliare, una sentenza storica”.

La nuova legge sul caporalato
Con 336 voti a favore e nessun contrario la Camera ha approvato lo scorso ottobre in via definitiva la nuova legge contro il caporalato. Tra le novità introdotte nel nuovo disegno di legge è previsto un inasprimento delle pene per i caporali, indennizzi per le vittime, rafforzamento della rete del lavoro agricolo di qualità e un piano di interventi per l’accoglienza dei lavoratori agricoli stagionali. Sono previsti fino a sei anni di carcere, che possono diventare otto in caso di violenza o minaccia e possono essere sanzionati non solo i caporali ma anche i datori di lavoro consapevoli dell’origine dello sfruttamento. Hanno votato a favore tutti i partiti. Il ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina (Pd) ha commentato così la nuova legge: “Lo Stato risponde in maniera netta e unita contro il caporalato con questa nuova legge attesa da almeno cinque anni. C’è tanto lavoro da fare e una legge da sola non basta, ma la direzione che abbiamo tracciato è inequivocabile. Dobbiamo lavorare uniti per non avere mai più schiavi nei campi”.
Favorevoli seppur critici i deputati del M5S delle Commissioni Giustizia e Lavoro: “Questo provvedimento è solo il primo passo di un lungo percorso. Tanti infatti gli aspetti che andavano potenziati, dai trasporti per raggiungere il luogo di lavoro in mano ai caporali agli alloggi dignitosi, al fine di eliminare la ghettizzazione dei lavoratori”.