Dopo otto giorni di scontri durissimi, il presidente Sebastián Piñera ha ceduto alle pressioni e ha  annunciato un rimpasto di governo, con 8 nuovi ministri e il ritiro dello stato di coprifuoco, con cui aveva sospeso le libertà. La protesta però non si ferma e va avanti, in un Paese dilaniato dalla crisi e dall’insoddisfazione generale che attraversa l’opinione pubblica, in modo trasversale. 

Le strade del centro della capitale cilena sono di nuovo in fiamme, con nuovi scontri davanti al Palazzo del governo, hotel e centri commerciali bruciati.

I motivi della rivolta

L’aumento del biglietto della metro a Santiago è stato solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Dietro la violenta insurrezione sociale scoppiata contro il presidente Piñera ci sono le diseguaglianze crescenti, l’accesso ai servizi sanitari e l’istruzione molto carenti, la concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza, l’impunità per la corruzione diffusa. Negli ultimi anni, con i due governi di Michelle Bachelet ci sono stati dei miglioramenti del welfare, anche sotto la spinta delle proteste di piazza studentesche. Oggi, però, il Cile di Piñera è diventato il nuovo fronte caldo del Sudamerica.

Poco tempo fa, il presidente – dallo scorso dicembre, alla guida di una coalizione di centro destra – aveva definito lo Stato latinoamericano “un’oasi di pace”. Ma secondo i dati della Banca Mondiale, insieme a Honduras, Colombia, Brasile, Guatemala, e Panama, è tra i cinque Paesi più diseguali al mondo dopo quelli africani.

Un milione in piazza a Santiago. (Afp-Corriere.it)

Quello cileno di questi giorni è uno scenario fatto di incendi, scontri, stato d’emergenza, coprifuoco che da Santiago si è esteso ad altre città importanti del Paese, come Valparaiso, Concepcion e Iquique. In Cile, una situazione simile non si vedeva da decenni e riporta indietro ai tempi della dittatura di Pinochet.

La via del dialogo scelta dal presidente non basta e il bilancio resta molto pesante, con decine di morti e centinaia tra gli arresti e i feriti.