È stato un plebiscito in Veneto dove ha votato il 60% degli aventi diritto. Il discorso è molto diverso invece in Lombardia con meno del 40% di elettori ai seggi e con Milano che detiene il record negativo di affluenza. Restano le polemiche sui costi (altissimi) e sul blackout dei tablet. Dopo ore dalla chiusura dei seggi mancano ancora i risultati ufficiali. Quel che è certo è il trionfo, prevedibile, del Sì oltre il 90%. Il governatore veneto Zaia è euforico, più freddo il suo collega lombardo Roberto Maroni. Il governo ha già annunciato che aprirà una trattativa per concedere maggiore autonomia alle due regioni. Ma lo avrebbe fatto lo stesso, perché lo prevede la Costituzione. Allora, ha avuto davvero un senso questa tornata referendaria?    

Se anche la stampa di destra come Il Tempo ha definito inutile il referendum per l’autonomia in Lombardia e Veneto, allora il dubbio è lecito. Perché si è votato? Quali saranno le conseguenze? E quanto è costato?
7,7 milioni di cittadini hanno avuto a disposizione 24.400 nuovi tablet (che saranno poi dati alle scuole) per rispondere al quesito sotto la gestione di Smartmatic, la società informatica che si è aggiudicata il bando della regione. Un voto (elettronico) costato 64 milioni di euro, tra spese tecniche e promozione attraverso manifesti, spot ed altro. 

I partiti di opposizione, con poche eccezioni, hanno invitato a boicottare la consultazione, denunciando l’inutilità e i costi: milioni che potevano essere spesi in politiche sociali. A chi è servito allora il referendum? Sicuramente ai due governatori leghisti, Maroni e Zaia, che oggi incassano il successo, almeno in Veneto.

Per cosa si votava? I quesiti e le conseguenze  

Si è trattato ovviamente di referendum consultivi legali, organizzati con l’accordo del governo. Non si votava per l’indipendenza, né per rendere Veneto e Lombardia regioni a statuto speciale. Si votava per chiedere agli elettori, il mandato politico per intavolare una discussione con il governo. Un diritto di cui già tutte le regioni dispongono, come prevede la Costituzione. Così, senza alcuna investitura popolare, ha fatto l’Emilia Romagna, col solo voto del consiglio regionale e con formule sostanzialmente diverse.

Il refendum non avrà nessuna conseguenza importante sul residuo fiscale, cioè i 27 miliardi sbandierati da Maroni che non tornerebbero totalmente alla Lombardia perché la perequazione fiscale in Italia è competenza del governo centrale. Così come i temi legati all’ordine pubblico, sicurezza e immigrazione, come previsto dall’art. 116 della Costituzione. Governo e regioni tratteranno invece sugli altri temi, dalla cultura alla tutela ambientale alla gestione del patrimonio.

Ma la vera nota dolente è stata nel (doppio) quesito delle due regioni. Se in quello lombardo si chiedeva “l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse”, in Veneto (dove era necessario il 50% di quorum, a differenza della Lombardia), il testo recitava: “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”. Ma cosa significa? Tutto e nulla. Appunto.