Nel 2016 il made in Italy sui mercati americani ha toccato livelli record. Vale a dire 40 miliardi di euro con un incremento del 18% rispetto al periodo precedente, complice l’andamento favorevole del cambio dollaro – euro, ma anche la crescita economica degli Usa, paese che ha saputo rialzarsi dalla crisi in anticipo rispetto all’Europa. Dopo Germania e Francia, gli Usa sono i nostri terzi “clienti”. Mentre l’Italia è al ventunesimo posto tra i destinatari dell’export statunitense. Tra i due Stati, la bilancia commerciale è a favore dell’Italia per circa 11 miliardi di euro.

La meccanica, gli impianti industriali, il legno arredo e quello alimentare sono i settori in cui le esportazioni italiane sono più forti in America. E’ aumentata del 6,3% quella di vino, mentre ha perso il 5% il marmo, prodotto tradizionale del made in Italy.

Nel 2016, l’esportazione di vino italiano negli Usa è aumentata del 6.3%.

Quanto potrebbe perdere l’export italiano con i dazi di Trump?
Non è facile rispondere. Lo studio di Prometeia ha ipotizzato uno scenario simile a quello degli anni 80, precedente all’introduzione degli attuali accordi commerciali. Ciò si traduce in circa 800 milioni di euro, il prezzo che le aziende italiane potrebbero pagare per i dazi promessi dall’amministrazione di Donald Trump. I beni di consumo e l’abbigliamento potrebbero essere i settori maggiormente colpiti. Si tratta ovviamente di ipotesi e il condizionale è d’obbligo. Ma le preoccupazioni sono reali, soprattutto per quelle aziende nel mirino dell’agenda Trump. Secondo il Wall Street Journal l’amministrazione Usa sta infatti valutando di imporre dazi punitivi del 100% su prodotti come gli scooter Vespa (Piaggio), l’acqua Perrier (Nestlé, che produce anche la San Pellegrino) e il formaggio Roquefort. Luca Colombo, manager di Facebook Italia ha stroncato così il protezionismo americano: «Il protezionismo per noi è un mezzo disastro, sta nella missione di Facebook di rendere il mondo aperto e connesso, per tanti attori di questo settore e tante piattaforme digitali è un controsenso».