In Italia sono circa 800 mila i giovani depressi. Un sondaggio internazionale condotto su oltre 4 mila studenti universitari dalla società Sodexo dimostra che i giovani italiani sono i più insoddisfatti della propria vita.
Quando parliamo di giovani, intendiamo i ragazzi tra i 20 e 30 anni. Un numero sempre più alto manifesta disturbi della personalità, carenza di attenzione, svogliatezza, ansia, manie ossessive. Un fenomeno in aumento negli ultimi anni.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo aveva già previsto anni fa: la percentuale disturbi mentali soprattutto nei più giovani è destinata ad aumentare ed entro il 2020 la depressione sarà la malattia cronica più diffusa al mondo.

In Italia il livello di soddisfazione tocca il 62% (con il dato record di infelicità del 38%), mentre in India è l’82%, in Cina il 76% e nel Regno Unito il 75%. La percentuale scende addirittura al 54% in relazione agli studi. Tra i principali motivi di preoccupazione ci sono il carico di lavoro e i troppi impegni.
Ci si ammala nelle scuole, negli uffici, nei luoghi di lavoro e di svago, dove la socialità è in costante diminuzione. Complice è la velocità digitale che condiziona gli stili di vita con amicizie e amori nati in rete. Instagram è il canale della vita sociale e i like sono il metro con cui misurare popolarità e gratificazione. La contemporaneità è una sorta di black mirror, uno schermo nero, privo di emozioni reali. Il turbocapitalismo ci ha trasformato in macchine produttive che non possono fallire. Il risultato? Insicurezze, paura di sbagliare e di soffrire.

La depressione crescente nei nostri giorni non è un problema personale, frutto della fragilità dell’individuo. L’infelicità di massa non può essere affrontata con imbarazzo ricorrendo a pillole, le cui vendite volano in farmacia: la depressione è anche un problema sociale, il risultato del nostro tempo, di una vita iperconennessa che ha reso più precario ogni aspetto della quotidianità. L’insoddisfazione di massa è anche l’effetto di una politica che investe poco sul sociale e tanto sulla paura. La crisi economica ha inasprito i rapporti umani e il conflitto sociale non è più tra classi dominanti e classi dominate, ma è una guerra tra i più poveri, tra gli ultimi.
In Giappone li chiamano Hikikomori: sono depressi, soli, spesso ossessivi-compulsivi e soffrono di manie di persecuzione. Sono un milione di uomini e donne che si escludono volontariamente dalla comunità per ritirarsi nel virtuale.