Il referendum avrebbe dovuto modificare la Costituzione limitando l’istituto del matrimonio solo alle coppie formate da un uomo e una donna. Così sarebbero stati vietati – o sarebbe stata resa più difficile – la futura eventuale legalizzazione dei matrimoni gay, oggi vietati dalla legge. Il quorum necessario era del 30 per cento, ma è andato a votare solo il 20,4 per cento degli aventi diritto di voto. Un flop clamoroso, una sconfitta politica e culturale per i suoi promotori: il governo socialdemocratico, la destra e la chiesa ortodossa. Un risultato inaspettato visto che venerdì secondo i sondaggi sulle intenzioni di voto, il 90 per cento degli intervistati si era detto a favore delle modifiche. Un colpo per la Coalizione per la Famiglia, l’organizzazione promotrice del referendum che include più di 40 gruppi religiosi e conservatori.

Lo hanno sostenuto quasi tutte le forze politiche nazionali incluso il governo socialdemocratico, a eccezione del partito Unione Salva Romania, nato nel 2015 per combattere la corruzione e formato sia da parlamentari progressisti che conservatori, e del presidente rumeno Klaus Iohannis, centrista e contrario agli estremismi religiosi. I leader socialdemocratici, a differenza delle altre sinistre europee, hanno cavalcato l’«iniziativa popolare» sostenuta attivamente anche dalla potente Chiesa ortodossa. A ben poco sono serviti gli appelli del premier Viorila Dancila, attualmente sotto accusa per corruzione. A giugno era stato condannato in primo grado a tre anni e mezzo di carcere.

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