“Basta propaganda gender nelle scuole della Lombardia”: la mozione sull’educazione all’affettività è stata proposta alcune settimane fa dalla Lega Nord ed approvata dall’intera maggioranza di centro destra che guida la regione, con il voto contrario delle opposizioni (Pd, Patto Civico e M5S). Si tratta di una mozione che impegna la regione a intervenire «sulle autorità scolastiche a livello regionale e provinciale perché vengano ritirati dalle scuole libri e materiali che promuovono la cosiddetta teoria del gender». Sulla sua inesistenza e infondatezza si sono espressi abbondantemente tutti in ambito accademico e medico (leggi la nostra intervista a Monica Pasquino). E il Ministro Giannini, non proprio una campionessa di laicità, l’ha definita una truffa ideologica. Al di là del merito però, ciò che emerge di questa vicenda, tra gli imbarazzi generali, è soprattutto il tema delle competenze. Il regolamento sull’autonomia delle istituzioni scolastiche (Decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275) dice infatti che il piano dell’offerta formativa deve essere redatto con la partecipazione di tutte le sue componenti» (dirigente scolastico, docenti e genitori) e deve essere «coerente con gli obiettivi generali ed educativi dei diversi tipi e indirizzi di studi determinati a livello nazionale». Una polemica definita «figlia di beceri pregiudizi» secondo il Movimento 5 Stelle. E «inutile», per il sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone, vista l’assenza di competenze delle Regioni su una questione che riguarda scuole, famiglie e governo nazionale. Faraone ha poi definito la decisione leghista una «strumentalizzazione fuorviante e in malafede».

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Ma cosa ci sia davvero dietro la decisione di approvare una mozione che ha scatenato il caos mediatico non ci vuole molto a capirlo. E ieri è arrivata la conferma. Poche ore fa una bufera giudiziaria si è abbattuta sulla sanità lombarda con il clamoroso arresto del vicepresidente della Regione Lombardia, Mario Mantovani di Forza Italia (ed ex assessore alla Salute) che – ironia della sorte – proprio ieri era atteso alla giornata della legalità. L’accusa è durissima: corruzione e concussione per appalti nella sanità, compresa una gara sul trasporto dei dializzati. Nel motivare l’arresto, il gip parla di “spiccata capacità criminale” e di “disprezzo delle regole”. Indagato anche l’assessore della Lega Nord all’Economia Massimo Garavaglia. Ancora una volta dunque c’è chi usa i cosiddetti temi sensibili per spaccare l’opinione pubblica, alimentando la fabbrica della paura: nulla di più utile per rafforzare il consenso o almeno ariginarne l’eventuale calo, in occasione di scandali ben più gravi, come quello che sta attraversando in queste ore le aule del consiglio regionale lombardo. Uno scandalo che non giunge come un fulmine a ciel sereno: le opposizioni da mesi pongono al centro del dibattito il tema degli appalti e della legalità. Accuse rimandate al mittende dal Presidente di Regione, il leghista Roberto Maroni, non nuovo ad inchieste giudiziarie e già indagato per turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente e induzione indebita per presunte spinte per far ottenere un lavoro e un viaggio a Tokyo a due sue ex collaboratrici al Viminale. Le due signore avevano ottenuto due contratti, uno da Eupolis e l’altro da Expo 2015. Secondo la procura di Milano potrebbe essere stato un legame più che professionale, “una relazione affettiva”. Indagini, inchieste, arresti a cui forse Roberto Maroni è poco interessato perché evidentemente troppo impegnato a combattere il Gender, il nuovo nemico invisibile dell’ultradestra italiana.

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