Il 28 giugno del 1969, con i moti di Stonewall a New York, nasceva il movimento di liberazione gay. Il movimento Lgbt+ mondiale ha scelto quella data come giornata mondiale dell’orgoglio Lgbt+ e, da allora, giugno è il mese dei Pride che invadono e attraversano centinaia di città in tutti i paesi democratici del mondo.

Dopo 50 anni, la strada per i diritti umani e civili delle persone lgbt è ancora molto lunga. Anche in Italia, si sfila per difendere i valori laici che i venti oscurantisti contemporanei tentano di mettere in discussione. Il calendario dei Pride è molto fitto: sabato 1 giugno sfilano Alessandria, Modena, Padova, Perugia, Salerno; sabato 8 giugno Ancona, Pavia, Roma, Messina, Triste; sabato 15 giugno Torino, Varese, Atri, San Benedetto al Porto, Vicenza, Brescia; sabato 22 giugno Bologna, Siracusa, Napoli, Frosinone; venerdì 28 giugno Palermo; sabato 29 giugno Catania, Milano, Treviso, Bari; sabato 6 luglio Asti, Monza, Pisa, Cagliari, sabato 20 luglio Ostia e Matera; sabato 27 luglio Rimini, Campobasso, Reggio Calabria; sabato 16 agosto Gallipoli; sabato 14 settembre Novara e Sorrento.

Il prossimo sabato 8 giugno il RomaPride sfilerà per le strade della Capitale, chiudendo gli eventi della settimana della Gay Croisette presso Largo Venue, dopo sette giorni di incontri, dibattiti, concerti e party (qui il programma completo degli eventi).

Da sinistra: Marilena Grassadonia, Rossana Praitano, Sebastiano Secci.
Da sinistra: Marilena Grassadonia, Rossana Praitano, Sebastiano Secci

Al corteo che partirà alle 16 da Piazza della Repubblica parteciperanno  il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e assessori e consiglieri del Comune di Roma (ma non la sindaca Virginia Raggi, impegnata all’estero in un viaggio di rappresentanza).
A poche ore dal corteo, abbiamo incontrato Sebastiano Secci, portavoce del RomaPride che ci spiega, in questa intervista perché è ancora importante essere in piazza.

L’INTERVISTA
SEBASTIANO SECCI

Sebastiano, cosa significa, oggi, sfilare al Pride e perché è importante scendere ancora una volta in piazza?
Dopo 25 anni da quel primo Pride moderno e unitario intanto è importante chiamarlo non più soltanto Gay Pride ma “Pride”, affinché tutte le soggettività della nostra comunità LGBT+ siano incluse. È importante scendere in piazza dopo 50 anni da Stonewall e 25 anni da quel primo Pride unitario e nazionale organizzato a Roma dal Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, perchè la ventata oscurantista che si sta levando è preoccupante. Il Pride con i suoi colori, le sue contaminazioni, i suoi corpi e i suoi orgogliosi eccessi arginerà chi vuole riportare indietro l’orologio del tempo.

La Gay Croisette a Largo Venue (Roma)
La Gay Croisette a Largo Venue (Roma)

A che punto è l’Italia sul tema dei diritti civili, oggi? Pensi che stiamo facendo passi indietro?
Per la prima volta le carte d’identità di un minore indicano la dicitura “padre” e “madre” e non più la classica e più inclusiva dizione “il genitore o chi ne fa le veci”. Per la prima volta da oltre 40 anni alcune donne del nostro Paese si sono viste recapitare una tessera elettorale che le identificava non solo con il proprio cognome ma anche con quello del marito. Questo per citare solo due degli assordanti campanelli d’allarme che risuonano. Non sono servite delle leggi, sono bastate semplici circolari ministeriali per vanificare conquiste di anni, quindi direi di si, stiamo facendo passi indietro e non solo nei confronti della comunità LGBT+.

Ogni anno emerge la polemica sulla “sobrietà” del Pride. Hai dichiarato che sarà un Pride “eccessivo”. Cosa significa?
Un Pride sobrio è un ossimoro, non può esistere. Ricordiamoci che il primo Pride fu rivolta, ribellione. Furono le ultime della società, travestite e prostitute a ribellarsi contro le angherie di chi le vessava. È grazie alla ribellione di poche che cambiarono le sorti di tutte noi. Noi non possiamo non considerare questo ogniqualvolta usciamo di casa per raggiungere piazza della Repubblica e unirci al corteo del Pride. Il Pride è rivendicazione, è il potere di scendere in piazza portando noi stessi, con i nostri corpi, i nostri vissuti, le nostre storie. In italiano il contrario di eccesso è normalità, ordinarietà noi non vogliamo esaltare la straordinarietà di ognuna di quelle persone che scenderà sabato in piazza con noi.

Questo è un anno molto particolare: oltre ai 25 anni del Romapride, si celebrano i 50 anni da Stonewall. Come spiegheresti ciò che è stato a chi non ne ha mai sentito parlare, come ad esempio ai ragazzi delle nuove generazioni? E cosa resta di quell’esperienza?
Nel 2019, per le ragioni che ci siamo detti, non possiamo, purtroppo, concederci il lusso di spegnere le candeline del 1969 a Stonewall o del 1994 a Roma. Le ricorrenze servono per recuperare la rabbia, l’orgoglio di quei due momenti così determinanti per la comunità Lgbt+ internazionale e italiana e scendere in piazza per rivendicare a gran voce che non arretreremo di un solo passo. Lo slogan di quest’anno, nostra la storia nostre le lotte e la comunicazione raccontano 4 grandi personaggi che hanno determinato quei due momenti storici: Sylvia, Marsha, Stormè e la Karl. Questo ha proprio lo scopo di continuare a raccontarci quelle incredibili vite e trarne lo spirito giusto per scendere in piazza l’8 giugno e naturalmente vale per tutte e tutti, non solo per le nuove generazioni.

Il RomePride quest’anno sarà segnato da un’assenza importante. Pochi mesi fa ci ha lasciato la Karl du Pigné. Che ricordo hai di Andrea?
Andrea era uno dei primi volti che tu incontravi quando facevi la passerella per entrare nella nostra associazione e da subito capivi che avevi a che fare con una persona di incredibile spessore umano, culturale e politico. Il Pride ogni anno era un momento centrale nella vita di Andrea fin da quel primo Pride del 1994 di cui raccontava aneddoti curiosi e divertenti. Io e lui avevamo tutta una serie di riti di cui mi sono reso veramente conto soltanto dopo la sua scomparsa, sono stato l’ultimo presidente del Circolo Mario Mieli a godere del privilegio di averlo come segretario politico dell’associazione. Questo è il mio quarto Pride da portavoce e il primo senza Andrea e ti devo dire che mai come in questi giorni ne ho sentito l’assenza e mai come in questi giorni ne ho percepito la forte presenza.

Di Mauro Orrico
Salentino di origine, romano di adozione, è laureato in Scienze Politiche (La Sapienza) con Master in Tutela Internazionale dei Diritti Umani. Ha lavorato per Rai3 e La7d. Da 12 anni è anche organizzatore di eventi di musica elettronica e cultura indipendente. Nel 2014 ha fondato FACE Magazine.it di cui è direttore editoriale..