Sono passate solo poche ore e il rientro in Italia di Silvia Romano ha scatenato tutto l’odio che sembrava assopito dall’emergenza coronavirus. Silvia è stata sequestrata in Kenya il 20 novembre 2018 ed è stata tenuta in ostaggio in Somalia dagli jihadisti di Al Shabaab, uno dei gruppi terroristici più efferati, prima fedele ad Al Qaeda, poi all’Isis. Atterrata all’aeroporto militare di Ciampino, Silvia è apparsa per la prima volta con l’jilbab, l’abito tradizionale indossato dalle donne musulmane. “Mi sono convertita all’Islam, il mio nuovo nome è Aisha”, ha detto ai giornalisti Silvia Romano che ha aggiunto: “Ho chiesto dei libri e mi hanno portato il Corano, ho cominciato a leggere per curiosità e poi è stato normale. La mia è stata una conversione spontanea”.

Questo è bastato per scatenare sui social tutto l’odio e la rabbia dei soliti haters, mentre scatta l’inchiesta: l’ipotesi, contro ignoti, è di minacce aggravate. La prefettura di Milano intanto sta valutando misure di protezione per la donna e la sua famiglia.

Tra i tanti commenti di odio, uno dei primi è il post con la foto di Silvia con la scritta «impiccatela», pubblicata da un consigliere comunale di Asolo (Treviso), il leghista Nico Basso. E poi una lunga sequela di accuse, insulti, insinuazioni, amplificate e rilanciate dalla stampa di destra e dai suoi leader.

Per la prima volta, il Corriere della Sera ha bloccato i commenti: “Che peccato farlo, che occasione persa, almeno per una volta, di essere soltanto felici”, ha scritto in un tweet il Corriere.

Ma cosa c’è dietro questo fiume di odio? Innanzitutto si tratta di una donna. Come Carola Rackete, la giovane comandante della Sea-Watch arrestata per aver forzato l’attracco della nave con a bordo decine di migranti al porto di Lampedusa, lo scorso giugno. Anche Carola fu travolta dagli insulti: zecca e terrorista, i più abusati. Silvia e Carola, entrambe vittime degli odiatori del web, entrambe giudicate prima di tutto per il loro look. Ma negli ultimi mesi, sono state bersaglio dell’odio della rete anche Liliana Segre o la ministra Bellanova. Su tutte sono piovute minacce e insulti, soprattutto di carattere sessista. Tutte donne che hanno in comune il fatto di essere donne libere che si battono per ciò in cui credono. Troppo, evidentemnte, per un Paese come l’Italia dove la cultura maschilista è ancora fin troppo radicata: una donna è sempre meglio che resti a casa invece di andare in giro per il mondo a salvare i migranti o assistere i bambini in Africa o, peggio, a difendere la memoria della propria famiglia sterminata nei lager nazisti. Donne come loro mettono in crisi quel sistema di valori in cui l’appartenenza ad un Paese è confusa con la fede religiosa: se sei italiana ma decidi liberamente di abbracciare una fede diversa dal cattolicesimo, insomma, “te la sei cercata”. C’è il maschilismo, ma anche tanta ipocrisia: chi sostiene che indossare un velo sia il segno della sottomissione della donna da parte di una cultura che non le permette di vestirsi come vuole, sono gli stessi che hanno insultato Carola Rackete perché non indossava il reggiseno o portava i capelli rasta. 

Le voci, non confermate, del presunto pagamento di un riscatto di 4 milioni di dollari per liberare Silvia Romano, hanno fatto poi il resto. Eppure non è la prima volta che un governo italiano è accusato di aver pagato riscatti milionari per liberare ostaggi detenuti da gruppi terroristici. Era già successo quando al potere c’erano Berlusconi, la Lega e Giorgia Meloni. Nel biennio 2004-2005, ad esempio, il governo di centro destra si occupò della liberazione di due giovani cooperanti, Simona Pari e Simona Torretta, e della giornalista Giuliana Sgrena. Anche in quei casi si parlò di riscatti milionari mai confermati. E poi c’è il caso dei due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone: già nel 2016, stando a quanto riportavano diversi quotidiani, l’Italia aveva sborsato tra spese legali, avvocati e risarcimento alle famiglie dei pescatori uccisi qualcosa come 8 milioni di euro. Circa il doppio, dunque, di quanto “sarebbe costata” la liberazione di Silvia Romano. Ma per i marò nessuno si è indignato, nessuna parola abbiamo mai ascoltato sui loro look e per la destra italiana sono diventati due eroi della patria, nonostante le pesanti accuse di aver ucciso due pescatori indiani.

Quanto alla conversione all’Islam di Silvia Romano, invece, neanche il tempo di attendere, di aspettare di capire, di sapere cosa sia successo veramente in quei lunghi mesi nelle mani di terroristi per i quali l‘alternativa alla conversione significa la morte. L’odio sul web non conosce regole né limiti. Non ha etica né coscienza, ma travolge tutto, dietro lo scudo codardo di uno schermo.

 

Di Mauro Orrico
Salentino di origine, romano di adozione, è laureato in Scienze Politiche (La Sapienza) con Master in Tutela Internazionale dei Diritti Umani. Ha lavorato per Rai3 e La7d. Da 14 anni è anche organizzatore di eventi di musica elettronica e cultura indipendente. Nel 2014 ha fondato FACE Magazine.it di cui è direttore editoriale..