È stato calcolato che la quantità di plastica prodotta fino al 2015 è stata di circa 8 miliardi e 300 milioni di tonnellate e che la quantità media di plastica che si disperde in mare e nall’ambiente ogni anno ammonta a circa 8 milioni di tonnellate.

In una società come quella contemporanea basata sul consumo, l’utilizzo di plastica è ormai diventato incontenibile e quasi indispensabile. La quantità di microplastiche presente nel Mare Nostrum sta, infatti, aumentando a vista d’occhio. Il rischio di trasformare i nostri mari in discariche a cielo aperto è sempre più elevato, oltre l’80% dei rifiuti presenti sulle coste del Mar Mediterraneo è rappresentato infatti da polimeri di varie dimensioni. Prova concreta ne sono le spiagge ormai più colme di resti di plastica che di conchiglie.

Ma, cosa sono esattamente le microplastiche e quali sono i possibili danni all’ecosistema?
Si definiscono microplastiche tutte le particelle polimeriche individuabili ad occhio nudo, la cui dimensione è ben al di sotto dei 5 millimetri. La presenza di plastica in mare sotto forma di rifiuti di dimensioni sempre più microscopiche rappresenta un campanello d’allarme importante per la salute dell’ecosistema. Il suo impatto sulle specie marine è sconcertante. Dopo essere ingeriti, anche dai pesci più piccoli, i micro filamenti entrano direttamente nella catena alimentare influenzando la nostra salute ed il benessere di tutte le specie. Le microparticelle si trasferiscono accumulandosi anche tra i predatori che si cibano di animali che a loro volta hanno ingerito microplastiche; in pratica un cane che si morde la coda, un vero e prorio circolo vizioso.

Il problema tuttavia non riguarda solo la fisicità delle microplastiche ma anche e soprattutto la loro tossicità.
Le sostanze chimiche rilasciate hanno un impatto diretto sull’ambiente e quindi sulla salute umana stessa che potrebbe compromettersi. Le microplastiche oltre ad attrarre ed assorbire batteri e contaminanti chimici possono, data la loro piccola dimensione, penetrare nelle cellule danneggiando gli organi interni.

Le conseguenze che l’ingestione di materiali plastici ha sulla nostra salute non sono ancora del tutto chiare ma potrebbe comunque accrescere la probabilità di riscontrare gravi malattie.

Le microplastiche provengono da diverse fonti tra cui la cosmetica, l’abbigliamento ed i processi industriali (imballaggi, ecc.). Le caratteristiche che hanno consentito l’istantanea diffusione della plastica ed il suo consumo incontrollato sono la sua leggerezza, resistenza, facilità di trasporto, ed i suoi accessibili costi di produzione. Basti pensare solo a quanta plastica ognuno di noi utilizza ogni giorno. Una vera invasione, che mette a repentaglio interi ecosistemi ed entra violentemente nella catena alimentare, fino ad arrivare nelle nostre dispense se non direttamente nei nostri rubinetti. Ebbene sì, anche le cosiddette “tap water” sono coinvolte. Quanto affermato dalla ricerca di Orb Media infatti, in Europa, in un bicchiere di 500ml di acqua del rubinetto si riscontrano in media 1,9 microfibre di plastica.

Il Mediterraneo diventerà una centrifuga di polimeri? E come affrontare l’emergenza? Ecco tre consigli pratici, forniti da esperti e studiosi per contribuire, nel nostro piccolo, a salvare il mare e la nostra salute.

1)Ridurre la produzione e il consumo di plastica.

2) Favorire la raccolta, lo smaltimento, il trattamento ed il riutilizzo-riciclo-riuso dei rifiuti differenziati.

3) Cimentarsi in una spesa più green, evitando imballaggi e prodotti usa e getta.