Dario Fo è morto la scorsa notte a 90 anni dopo un ricovero in ospedale per un’infezione polmonare. Se ne va con lui un uomo libero, il giullare della cultura italiana nel mondo, il padre del teatro civile. Drammaturgo, poeta, pittore, attore, impresario teatrale, militante politico da sempre a sinistra, negli ultimi anni al fianco del Movimento 5 Stelle. Con la moglie Franca Rame ha condiviso il lavoro, la vita privata, la passione civile. Dario Fo inizia a farsi notare nel 1954 con la Compagnia Fo-Franco Parenti-Giustino Durano («Dito nell’occhio» e «Sani da legare»). E poi tantissimo teatro, poco cinema, e tanta poesia. Nel 1975 ottiene la prima candidatura al Premio Nobel per la Letteratura che arriva finalmente nel 1997.

Per ogni sua opera, una polemica e quasi sempre la censura. Da «Mistero buffo» a «Morte accidentale di un anarchico», scritta dopo la strage di piazza Fontana per non dimenticare Pino Pinelli, l’anarchico “caduto” dalla finestra al quarto piano dell’ufficio del commissario Calabresi alla Questura di Milano. Sempre accanto a Franca Rame, attrice e tanto altro. Anche Senatrice con l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Con lei, morta tre anni fa, una coppia simbolo della sinistra libertaria italiana.
L’ultima polemica è di poche settimane fa, dopo la decisione della Turchia di mettere al bando tutte le sue opere, insieme a quelle di Shakespeare, Cechov e Brecht. E la risposta di Dario Fo è una risata fragorosa e amara, nella sua ultima intervista: «È come se mi avessero dato un altro premio Nobel. Essere insieme a loro è solo un onore. Speriamo che nessuno dica ad Erdogan che sono l’unico ancora in vita».