Fino al 14 marzo, i “Mosaici di Carta” dell’artista Caroline Peyron dialogano con gli antichi mosaici del Museo Provinciale Campano di Capua, in provincia di Caserta. Un viaggio visivo tra colore, texture e suggestioni creative.
Di Luca Fortis | Foto concesse da Caroline Peyron
A Capua, nel cuore della Campania, il Museo Provinciale Campano ospita fino al 14 marzo 2026 la mostra “Mosaici di Carta” dell’artista Caroline Peyron. Le sue opere, realizzate con carta riciclata e materie leggere, dialogano con i mosaici antichi del museo, creando un ponte tra memoria storica e poetiche contemporanee. Un viaggio visivo che invita a scoprire l’arte dei materiali reinventata in chiave moderna, tra colore, texture e suggestioni creative.
L’arte contemporanea come strumento privilegiato per rileggere il patrimonio storico, capace di “generare nuove prospettive interpretative e di attualizzare il passato attraverso linguaggi del presente”. È questa la chiave di lettura proposta da Maria Grattagliano, responsabile della sezione Arte Contemporanea del museo di Capua, che colloca la mostra di Caroline Peyron nel solco di un dialogo “fertile e dinamico” con le collezioni del Museo Campano di Capua. L’artista torna ad esporre in Campania dopo la mostra al Mann di Napoli (leggi qui la nostra intervista).


Secondo Grattagliano, il museo si afferma “non solo come luogo di conservazione e tutela, ma anche come spazio di riflessione critica, sperimentazione visiva e apertura verso la contemporaneità”. La scelta dell’artista di reinterpretare la tecnica musiva attraverso la carta – “materiale fragile, quotidiano e intrinsecamente contemporaneo” – instaura un legame diretto con una delle forme artistiche più emblematiche del mondo antico. Il mosaico diventa così “un linguaggio trasversale e senza tempo, capace di attraversare le epoche, trasformarsi e rigenerarsi”.
Le opere prendono forma da “frammenti di carta strappati, selezionati e ricomposti attraverso un processo lento, meditato e rigorosamente controllato”. L’immagine si costruisce “per stratificazioni e dettagli”, in un equilibrio tra “aggiunta e sottrazione, tra gesto istintivo e precisione tecnica”. Le immagini emergono “come reperti”, secondo un procedimento che richiama “esplicitamente il metodo archeologico: rimuovere il superfluo, isolare le tracce, ricomporre i frammenti per restituire nuove possibilità di senso”.


A dialogare direttamente con i mosaici antichi del Museo Campano è anche il contributo di Lidia Falcone, responsabile della sezione archeologica del Museo di Capua, che sottolinea come i formati scelti – 150 x 150 cm e 40 x 40 cm – richiamino “i tappeti musivi e gli emblemata che in epoca romana decoravano importanti edifici pubblici ed eleganti abitazioni”. L’omaggio dichiarato è rivolto al celebre mosaico del “coro sacro”, ma anche ad altri capolavori provenienti dalla villa dei Varii Ambibuli e dagli scavi sotto la Cattedrale di Nola. Falcone ricorda come dalla resa dei dettagli e dalla scelta dei materiali “si comprende l’abilità e la maestria di questi anonimi artigiani/artisti”, sottolineando la continuità di una tecnica antica sopravvissuta nei secoli. In questo contesto, Caroline sceglie di collocarsi “in uno spazio differente, a metà strada tra passato e presente”.

Per Simone Foresta, archeologo e funzionario del Ministero della Cultura italiano, in particolare della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Caserta e Benevento, i mosaici di carta sono “reperti archeologici”, prodotto “abbagliante di tutto quello che ha attraversato Caroline: i pensieri, le immagini che tornano alla luce nella forma del taglio, dello strappo, del frammento ricomposto”. Il lavoro dell’artista si radica in “un recupero profondo della tradizione antica, fatta di tecnica e studio delle iconografie”, così assimilata da poter essere “stravolta e diventare altro, come dovrebbe essere ogni reinterpretazione del classico”. Foresta insiste sul metodo archeologico come chiave di lettura: “si toglie il superfluo, si setaccia l’impercettibile, si raccolgono cocci, si ricostruiscono rapporti, si ricompone la memoria nella forma di nuove immagini”. La visione dei mosaici produce “la stessa impressione che sortisce la scoperta di un’opera a pezzi giunta fino a noi dall’antichità”: un momento di meraviglia in cui “la materia e i segni sono ancora senza significati”.

Nel testo “Non era previsto”, Mariangela Levita, artista di arte contemporanea, racconta l’esperienza dello sguardo. Davanti al “grande quadrato”, l’immagine appare prima come “pittura gestuale quasi informe per forza e dinamica”, poi si ricompone: “mi rendo conto che tutto è in ordine, composto in equilibrio, in armonia”. Lo sguardo “percorre la traccia come un sentiero” fino a riconoscerne la struttura. È un cammino “non previsto, nuovo e inaspettato, costruito da frammenti di carta tra le tue mani, Caroline”.
Infine, è la stessa Caroline Peyron a raccontare il proprio processo creativo in “Mosaici di carta”. “Il tavolo del salone è ricoperto di carta di giornali e di riviste, divisa in recipienti secondo il colore… Sempre disposto per il lavoro. Il cuore della casa.” Dal 12 novembre 2021 prende forma un flusso continuo: “Ho fatto sedici mosaici di carta. Gli do un numero, un numero fa serie. Sono portata da un flusso di cui poco so tranne il piacere”.
L’artista descrive il gesto tecnico come una pratica lenta e paziente: “Ritaglio a mano le tessere di carta… Piccole schegge di colore. La colla gli dà spessore, una certa pietrosità, la grafite passata nei canali… ricorda il cemento sabbioso dei mosaici.” E ancora: “Prendo la tessera con la punta bagnata di colla del pennello, la poso sulla carta già incollata e ne ricopro la superficie. Una alla volta nel tempo che si dilata.”

Tra memoria personale e storia dell’arte, Peyron afferma: “Lavoro su una forma che non è una, ma un accostarsi di tante piccole forme. Non mostrare ma accennare.” E definisce il mosaico come “opera delle muse”. “L’onda musiva non si è placata”, attraversando ritagli, ricordi, oro e luce.
Nel dialogo tra passato e presente, tra carta e pietra, tra frammento e totalità, la mostra costruisce così uno spazio di tensione fertile, in cui – come scrive Grattagliano – “passato e presente si incontrano e si interrogano reciprocamente”, offrendo al visitatore “molteplici livelli di lettura” e rinnovando “il significato stesso della memoria, intesa come processo vivo, in continua trasformazione”.
Museo provinciale campano di Capua
Via Roma 68, Capua, Caserta
museocampanocapua.it

