Siamo stati al Festival di Baba Must Sain, uno degli eventi sufi più partecipati del Punjab pakistano. È venerato dalle hijra, le femminelle pakistane. Tra migliaia di devoti, devozione e tradizione, identità di genere e resistenza culturale.

Da Bherwal, Pakistan: Luca Fortis

La macchina fende la nebbia che avvolge le campagne del Punjab pakistano. L’aria è fredda, pungente. Stiamo andando a vedere il Festival di Baba Must Sain, uno degli eventi sufi più sentiti e partecipati del Punjab pakistano. Si svolge ogni anno nel villaggio di Bherwal, vicino alla città di Chunian, nel distretto di Kasur, e rappresenta un momento di profonda devozione, incontro spirituale e celebrazione culturale. Il santo è famoso per essere venerato dalle hijra, le femminelle pakistane.

Il festival commemora l’anniversario della morte del venerato santo sufi Baba Must Sain, figura ricordata per la sua vita semplice, la sua profonda spiritualità e il messaggio universale di amore, pace e umanità. Per i fedeli, la festa non è un momento di lutto, ma una celebrazione dell’unione dell’anima con Dio.

Foto: Luca Fortis

Durante i giorni del festival, il santuario e le aree circostanti si animano con canti e musica, il famoso Qawwali e musica sufi, che risuonano per tutta la notte. I devoti partecipano al Dhamal, una danza rituale eseguita come forma di preghiera e abbandono spirituale. Un altro elemento centrale è il Langar, il pasto gratuito offerto a tutti i visitatori senza distinzione, simbolo di uguaglianza e condivisione.

Accanto agli aspetti religiosi, il festival assume anche i contorni di una vera e propria fiera, una fiera popolare con bancarelle locali, artigianato tradizionale, giostre e altalene, che attirano famiglie e visitatori da tutto il Punjab e da altre regioni del Pakistan.

Migliaia di devoti visitano il santuario per offrire preghiere, chiedere benedizioni e sciogliere voti (mannat), rinnovando il legame spirituale con l’insegnamento del santo.

Baba Must Sain è famoso per proteggere le Hijra, le femminelle locali.

Foto: Luca Fortis

In mondo non dissimile dalle femminelle campane, le Hijra pakistane costituiscono una delle comunità più antiche e simbolicamente complesse dell’Asia meridionale e rappresentano una realtà che intreccia identità di genere, spiritualità, marginalizzazione sociale e resistenza culturale. In Pakistan il termine Hijra indica persone che non si riconoscono nel binarismo maschio/femmina e include persone transgender, intersessuali e soggetti che adottano un’identità tradizionalmente riconosciuta come “terzo genere”, una categoria che esiste da secoli nel subcontinente indiano. Storicamente le Hijra godevano di uno status rispettato, soprattutto durante l’epoca dei sultanati islamici e dell’Impero Moghul, quando ricoprivano ruoli importanti come guardiane degli harem, consiglieri di corte e custodi di spazi sacri, e venivano considerate portatrici di un potere rituale legato alla fertilità, alla protezione e alla benedizione. Questo equilibrio si spezzò con la colonizzazione britannica, che introdusse leggi e categorie morali occidentali criminalizzando le identità di genere non conformi e trasformando progressivamente le Hijra da figure socialmente riconosciute a soggetti stigmatizzati e marginalizzati, una condizione che continua a influenzare profondamente la loro vita contemporanea.

Foto: Luca Fortis

In un paese a maggioranza musulmana come il Pakistan, le Hijra intrattengono un rapporto complesso con la religione islamica: molte si considerano musulmane praticanti e trovano nei santuari sufi uno spazio di relativa accoglienza, poiché il sufismo, con la sua enfasi sull’amore divino e sull’annullamento dell’ego, trascende spesso le rigide distinzioni di genere, anche se l’Islam istituzionale e le interpretazioni più conservatrici continuano a escluderle e a giudicarle. La loro vita comunitaria è strutturata secondo un sistema tradizionale basato sul rapporto tra guru e chela, in cui la guru svolge il ruolo di guida e figura materna mentre le chela sono discepole e figlie simboliche; questo sistema fornisce protezione, appartenenza e identità a persone spesso rifiutate dalle famiglie biologiche, ma può anche diventare gerarchico e coercitivo, soprattutto sul piano economico e comportamentale.

Foto: Luca Fortis

Nella vita quotidiana le Hijra pakistane affrontano una forte esclusione sociale ed economica: molte vengono allontanate da casa in giovane età, non riescono a completare gli studi e incontrano discriminazione sistematica nel mercato del lavoro, finendo spesso per sopravvivere grazie a esibizioni rituali, elemosina o lavoro sessuale, attività che le espongono a violenze, abusi e gravi rischi per la salute. La violenza contro le Hijra è diffusa e frequentemente impunita, con casi di aggressioni fisiche, stupri e omicidi che raramente trovano giustizia, anche a causa della difficoltà di accedere alle istituzioni e di essere prese sul serio dalle autorità.

Foto: Luca Fortis

Sul piano legale, il Pakistan ha compiuto un passo importante con il riconoscimento del terzo genere e con l’approvazione nel 2018 del Transgender Persons (Protection of Rights) Act, che garantisce il diritto all’autodeterminazione di genere e la tutela contro la discriminazione, ma l’applicazione concreta di questa legge resta frammentaria e ostacolata da resistenze culturali, religiose e politiche. Le Hijra pakistane vivono quindi una profonda contraddizione: sono temute e rispettate simbolicamente, invitate a benedire nascite e matrimoni, ma allo stesso tempo escluse dalla scuola, dal lavoro e dalla piena cittadinanza sociale. La loro condizione riflette le tensioni più ampie della società pakistana, sospesa tra tradizione e modernità, sacro e controllo morale, e la loro lotta non riguarda solo il riconoscimento dell’identità di genere, ma il diritto fondamentale a essere riconosciute come esseri umani completi, portatori di dignità, storia e voce.

Foto: Luca Fortis

Il santuario di Baba Must Sain è immerso nella campagna. Centinaia di oche libere si riposano vicino ad alcuni edifici, il loro bianco fa a gara con quello della nebbia e degli alberi che appaiono pallidi e sfuocati. Stranamente le oche non sono aggressive e si può camminare in mezzo a loro. Mi viene subito a mente l’assonanza con la festa della Madonna delle Galline di Pagani, anche essa famosa per il ruolo di femminielli, della tammurriata e per le galline che non si spaventano per i fuochi d’artificio. Solo che qui invece della tammurriata c’è il Qawwali, e oche insolitamente non aggressive.

Prima di arrivare al santuario, attraversiamo alcuni viali sterrati pieni di bancarelle che vendono dolciumi, bigiotteria, campane in metallo. Davanti al santuario, vi è un hijra, sulla sessantina, che è identica a CiroCiretta, la mia amica, storica femminella di Torre Annunziata. Sembrano a tal punto due gocce d’acqua, che faccio vedere la foto, l’uno all’altro. Lei accoglie le persone che entrano nel santuario, ha un volto serafico, antico. Uno scialle blu le vela la testa. Sopra il velo ha un copricapo argentato con vari pendagli di diversi colori e un piccolo pon-pon di lana in testa. Tra le mani, come se fosse un mazzo di fiori, tiene una composizione fatta di fili di lana colorata con tanti pon-pon.

Foto: Luca Fortis

Mi fermo a chiacchierare un po’ con lei, grazie ad amici che fanno da interprete.

Entrando nel santuario, ci fermiamo in silenzio, a meditare. La tomba è coperta da fiori freschi arancioni e petali di rose, anche dal soffitto pendono ghirlande di fiori freschi, rose e fiori arancioni.

Le persone entrano, si inchinano davanti al santo, baciano la tomba. Altri si siedono, gambe incrociate, ai suoi piedi. Medito, mentre gli altri pregano. A modo mio, saluto il santo.

Passato qualche minuto in silenzio, usciamo e ci rechiamo, attraversando le bancarelle, allo spiazzale in terra dove ballano le femminelle. Ci avviciniamo ai primi cerchi di persone, tutte in vestiti rigorosamente tradizionali e con ampi scialli, tutti maschi. La musica risuona nell’aria, è allegra, erotica, invita a ballare. Gli uomini sono anch’essi allegri, alcuni eccitati. Dentro ogni cerchio, tre o quattro hijra ballano in modo estremamente sessuale, con vestiti coloratissimi, attillati, che mostrano le forme. I capelli sono lunghi e sciolti. Quando qualcuno del pubblico le lancia addosso molte banconote, si fermano a ballare davanti a lui, il loro corpo si fa ancora più sinuoso, erotico.

Foto: Luca Fortis

In una società in cui la separazione uomo-donna è ancora forte, la potente sessualità delle hijra diventa liberatoria. Alla festa non vi sono donne, la carica erotica che si crea tra i fedeli e le hijra è evidente.

Mi fermo a ogni cerchio a vedere la loro bellezza, la loro sensualità e durezza, i soldi che volano, i vestiti colorati e gli uomini che le guardano con desiderio.

Penso alla durezza della vita delle hijra, ma anche al fatto che il loro ruolo sacro e la credenza popolare che possano portare bene o male, a seconda di come le si tratta, possa essere un argine ai soprusi degli uomini. Sicuramente in parte si prostituiscono, ma dall’altra hanno un ruolo molto forte e riconoscibile, per quanto codificato, che permette loro in parte di difendersi.

Foto: Luca Fortis

La musica è travolgente, passo di cerchio in cerchio. In fondo al campo vi sono tre cerchi molto più grandi, in ognuno ballano decine di hijra. Quando gli uomini diventano troppo scatenati e si avvicinano troppo, fanno rientrare le hijra in dei cancelli. Sopra trionfano i loro poster, come delle cantanti pop o ballerine famose. Gli organizzatori con i megafoni chiedono alla folla di uomini di rimettersi in cerchio, fino a quando non lo fanno, lo spettacolo non riprende. Quando finalmente lo fanno, aprono i cancelli e le hijra ricominciano a ballare, i soldi volano sulle loro teste. I loro potenti e sensuali corpi creano danze sensuali, ballano per chi ha lasciato le banconote. Mentre loro volteggiano, gli organizzatori raccolgono le banconote. Il loro ballo è così colorato, sensuale, che si starebbe ore a guardarlo.

Passo del tempo a vedere il popolo che anima i tre grandi cerchi, sono contornati da pali pieni di luci che rendono l’atmosfera ancora più festosa.

La sensualità, forza, durezza, ma anche la potenziale fragilità delle hijra mi colpiscono profondamente. Affrontano come regine un pubblico di uomini che le riconosce delle star, ma le incapsula anche in un ruolo religioso ed erotico molto definito. Fuori da quel ruolo sarebbero in pericolo. Decidiamo di tornare a trovare il santo nella sua tomba, passiamo dal turbinio della musica, alla calma e alla meditazione. Il mio amico mi spiega che le hijra vengono da tutto il Pakistan, perché gli organizzatori di questa festa sono tolleranti e permettono loro di ballare. Qui si sentono davvero sicure. 

Ci immergiamo nella pace e nel silenzio della tomba per un po’, poi ci immergiamo di nuovo nel festival. 
Ci fermiamo a guardare alcuni cerchi più piccoli che ancora non avevano visto, ad ammirare le nuove hjira che ballano. 
A notte fonda, prima di tornare a Lahore, ci fermiamo a sentire un gruppo che suona magnificamente.
Sono vestiti di blu, arancione, con ricami bianchi, scintillano nella notte come stelle. Uno di loro suona a piedi nudi, per essere più in contatto con il creato. Suonano i tamburi in modo ritmico, ipnotico, mentre cantano i loro inni religiosi. Ascoltandoli sembra di perdersi nella notte dei tempi, di dimenticare il proprio tempo, il proprio io. Tutto attorno l’atmosfera nebbiosa fa sembrare gli alberi dei fantasmi, nonostante il freddo, vorrei togliermi anche io le scarpe e rimanere a piedi nudi, così da perdermi ancora di più in questa ipnotica atmosfera senza tempo.

Foto e testi di Luca Fortis
Da Bherwal, Pakistan

Approfondimenti:
www.harvard.edu/religion-context/case-studies
www.ebsco.com/research-starters