Da ottobre, in migliaia manifestano ogni giorno in Iraq per chiedere onestà, lavoro e servizi di base. Dalla capitale Baghdad al sud sciita, sono soprattutto i più giovani a contestare il governo e i partiti. E’ una protesta imponente, cominciata all’inizio di ottobre, andata in stand by per la festa sciita dell’Arbaeen, i 40 giorni dopo l’Ashura, e ripresa il 25 ottobre con il suo carico di rabbia e violenza.

Finora sono almeno 360 i morti, più di 2mila i feriti. Alla piazza, il governo ha risposto con la repressione più dura, ha chiuso internet e imposto il coprifuoco a sud. I poliziotti hanno aperto il fuoco sulle marce, sparato lacrimogeni e proiettili di gomma, annullando le promesse che il premier Adel Abdul Mahdi, in queste settimane, ha messo sul tavolo sperando di evitare la ribellione: riforme economiche non meglio identificate e rimpasto di governo.

In Iraq le proteste si fanno violente, a differenza del Libano dove l’arma è l’ironia o dell’Algeria dove alla repressione si risponde con la disobbedienza civile. Ma qualcosa ora pare inizi a cambiare. Dopo due mesi di tensione, il 29 novembre, Mahdi ha annunciato le dimissioni da premier. Fondamentali nella decisione sarebbero state le parole dal Grande Ayatollah Ali al-Sistani, massima autorità sciita nel Paese, che ha esortato il Parlamento a “riconsiderare” la fiducia al governo.

Iraq. Le proteste in piazza (Zuma Press)

In Iraq nessuno ha più fiducia nel governo dimissionario, che ha guidato un paese con uno dei più alti tassi di corruzione al mondo, mai ricostruito dopo l’invasione statunitense del 2003 e dove il 60% della popolazione vive con meno di sei dollari al giorno, nonostante le quinte riserve al mondo di petrolio che il Paese possiede.

Dopo l’annuncio delle dimissioni del premier, i manifestanti hanno festeggiato a Piazza Tahrir e in tutto il Paese. I giovani che sognano un nuovo Iraq, chiedono una nuova carta costituzionale, un tribunale per processare i corrotti e riforme reali di redistribuzione della ricchezza. Legandosi, con un filo invisibile, alle proteste sociali che in questi mesi stanno investendo molti altri paesi del mondo, dal Cile al Libano, da Hong Kong all’Egitto.