Con il nuovo album Vocàlia, Carolina Bubbico costruisce un’orchestra di sole voci per raccontare fragilità, maternità e trasformazione. Un viaggio intimo dentro i suoni che ci abitano. La nostra intervista alla musicista e cantautrice salentina.

Di Daniele Pratolini
Foto: Ilenia Tesoro

Molti anni fa, mi capitava di incontrare una giovanissima Carolina Bubbico al Caffè Letterario di Lecce. Avevamo qualche anno in meno, ma di lei mi è rimasta una sensazione precisa: ascoltandola parlare, sembrava quasi naturale pensare che la musica, prima o poi, l’avrebbe portata lontano. Con Vocàlia, pubblicato da GroundUP Music, Carolina firma uno dei lavori più intimi del suo percorso: un disco in cui la voce diventa orchestra, ritmo e materia viva. E poi sì, negli ultimi mesi molti l’hanno scoperta grazie a quel momento diventato virale al Festival di Sanremo, quando ha corretto Laura Pausini con un semplice “Maestra”. Pochi secondi, abbastanza per aprire un dibattito nazionale; lei, nel frattempo, era già tornata a casa a fare musica.

Vocàlia è un titolo molto evocativo: quando hai capito che quella parola sarebbe diventata il centro del disco?
Il titolo Vocàlia è arrivato in un secondo momento, quando il centro del disco era chiaro, quando ho definito dentro di me quale sarebbe stata la materia al centro di questa ricerca, ovvero la vocalità, intesa in senso corale. Dapprima mi sono posta davanti a una questione: cosa mettere al centro di questa ricerca? Quale cifra, tra tutte quelle che mi rappresentano, volessi approfondire. A un certo punto ho fatto una scelta radicale, ovvero quella di scegliere la voce come unico strumento con il quale costruire tutto il disco. Una volta capito questo, è arrivato il titolo Vocàlia. Il titolo è stato scovato dal mio compagno Stefano Tramacere, che tra l’altro è anche il regista dei miei videoclip. È un direttore della fotografia, creativo, e lui, facendo delle ricerche per aiutarmi a trovare una parola che potesse rappresentare e racchiudere questo mondo fatto di sole voci, è incappato in questa parola, appunto Vocàlia, che viene dal latino e che al plurale rappresenta i suoni primordiali della lingua, ovvero le vocali. Mi piaceva l’idea della primordialità che racchiudeva questa parola, una parola inusuale, pochissimo utilizzata. La primordialità che risiede poi nella voce come strumento primordiale in assoluto, perché abita il nostro corpo e perché rivela ogni segreto della nostra persona.

Hai definito questo disco una sfida. Qual è stato il momento in cui hai pensato: “Ok, questa cosa può davvero funzionare”?
Sì, è vero, il processo creativo di questo disco è stata una vera sfida, ma ho capito che la strada era giusta dal momento in cui ho iniziato a lavorare al primo arrangiamento. L’arrangiamento di Everlove è stato il primo che ho concepito — il suo titolo primordiale era Happy. Tengo a precisare che ho composto tutte le musiche e tutti gli arrangiamenti in solitaria e poi ho affidato otto brani su nove a tante autrici e autori che hanno raccontato delle storie tramite delle mie suggestioni. Una volta percepito che architettare un’orchestrazione con le voci mi apriva un varco di creatività incredibile, ho capito che era veramente la strada giusta. Questa scelta mi metteva nelle condizioni di essere molto creativa, molto prolifica. Mi incuriosiva l’idea che stessero venendo fuori, già dal primo arrangiamento, un sacco di soluzioni interessanti su come lo strumento voce possa trasformarsi e diventare cangiante.

C’è un’immagine che per te rappresenta perfettamente Vocàlia?
L’immagine che ho voluto associare a Vocàlia è il centrino, un manufatto antico, dal sapore antico, proprio per questa sua antichità, complessità, saggezza e sapere. Mi affascina tantissimo il fatto che sia un elemento il cui sapere viene tramandato oralmente. Il link che ho creato tra il centrino e Vocàlia è proprio l’intreccio sapiente di quei fili, che mi ha richiamato l’idea dell’intreccio delle voci che io costruisco verticalmente e orizzontalmente nella mia mente e nel mio cuore, e poi immortalando tutto questo nel disco.

Nel disco si sente una coralità molto femminile, ancestrale, quasi rituale. Ci sono tradizioni vocali o culture che ti hanno ispirata?
Negli ultimi anni, grazie a una ricerca che ho fatto per un progetto scritto per orchestra sinfonica dal titolo Pangea, mi sono ritrovata a esplorare, trascrivere e innamorarmi profondamente di alcune tradizioni musicali, tra cui i canti corali bulgari. Sono quelli che più mi hanno colpita nelle ricerche che ho fatto. Così come tutta la musica del Mediterraneo, così come l’esplorazione vocale di Bobby McFerrin. Ci sono tanti mondi che ho esplorato e che mi hanno sicuramente influenzata. Di fondo mi interessa chi ha utilizzato la voce come uno strumento, rendendola trasformativa nel tempo e non solo narrativa, ma anche al servizio di un messaggio puramente sonoro e musicale. Tutto quello che ho potuto assorbire nel tempo l’ho reso mio, e ho cercato di scrivere un mio dizionario su come rendere la voce così versatile.

Hai raccontato che il disco nasce durante un periodo di profonda trasformazione personale e con l’esperienza della maternità. In che modo essere diventata madre ha modificato il tuo sguardo artistico?
La maternità ha soverchiato completamente tutti i miei ritmi e tutta l’attenzione che io potevo dare verso qualcosa, ovvero verso me stessa, rivolgendo tutto lo sguardo, il sentire e l’amore verso un’altra creatura che ho messo al mondo. Non solo: mi ha messo nelle condizioni di vivere profondamente cosa significa l’atto creativo, quello vero. E questo mi ha profondamente trasformata, continua tuttora a trasformarmi. Ho deciso di scrivere il disco proprio in questo momento, che si è trasformato da momento di difficoltà e di crisi — perché ho messo in discussione anche il mio stesso fare musica, visto che il tempo a disposizione era pochissimo — in un atto creativo musicale. Ho visto in me riaffermarsi ancora di più una profonda volontà di creare musica come strumento e veicolo di espressione personale, come modus vivendi, come modo di stare al mondo, crescere ed evolvere come persona. Ovviamente tutta la mia creatività adesso ha ancora di più motivo di essere, perché in qualche modo lascia un segno e una guida per mia figlia. E questo rende tutto molto più determinato e focalizzato.

C’è una canzone che senti impossibile da scrivere prima di Nina?
Sicuramente Everlove, che sarebbe stato impossibile pensare prima di Nina. Nonostante l’abbia scritta Becca Stevens per me, l’ha scritta inneggiando al legame madre-figlia, che è la condizione che ci accomuna. Ma al di là di Everlove, mi verrebbe da dire che tutto il disco sarebbe stato impossibile scriverlo senza Nina, perché la sua presenza è un po’ ovunque, in tutte le canzoni.

Everlove parla dell’eredità invisibile tra madre e figlia. Qual è l’eredità più importante che senti di avere ricevuto dalle donne della tua famiglia?
L’eredità più grande ricevuta è l’amore per la melodia, per la cantabilità e il lirismo che sicuramente mia madre è riuscita a passarmi. Così come un certo tipo di comicità che sento di aver ereditato da lei, insieme a tutta una serie di sfaccettature più complesse che fanno parte dei colori della nostra persona. In generale, l’eredità bellissima che sento di aver ricevuto è la voglia di perseverare, di mettersi profondamente in gioco con grande trasporto in quello che si fa. E aggiungo, concludendo: la curiosità di scoprire cose nuove e rimanerne innamorati.

In molte tracce c’è un’idea di rinascita dopo il dolore. Ti interessa raccontare la fragilità senza trasformarla necessariamente in dramma?
Esattamente così. Dolore vuole rappresentare la fragilità di un momento di debolezza, di sofferenza, di dolore, trasformandolo però in qualcosa di positivo e non di drammatico, sempre orientato verso un pensiero incoraggiante e luminoso, che mira all’evoluzione e alla trasformazione positiva della vita. È un po’ il mio manifesto d’intenti, in tutto quello che faccio e che vivo. Cerco di vedere e sentire anche i momenti di sofferenza come occasioni di crescita e come momenti di insegnamento. Vedo quindi il dolore come un maestro e una guida, qualcuno che vuole insegnarmi qualcosa e indicarmi una nuova via, una nuova strada.

Hai scelto perfino un tono autoironico nel raccontare la sofferenza. È un modo per togliere potere al dolore?
Non si tratta di togliere potere al dolore, perché a mio avviso non è di potere che si tratta, ma di ruolo, in un certo senso. Ho imparato a vedere il dolore come una guida, come un maestro e un insegnante di vita che, nel momento in cui giunge a me — in qualsiasi forma arrivi — possa farmi vedere qualcosa ed essere un faro su qualcosa che è da aggiustare nella mia vita.

Lavorare con tuo fratello Filippo Bubbico alla produzione quanto è stato naturale e quanto invece complesso?
Lavorare con un proprio parente — e chi lo vive lo sa — è sempre una faccenda complessa. E complesso significa sia positivo che negativo. La complessità ha tante sfaccettature, così come il nostro relazionarci. Siamo fin troppo fortunati e bravi a riuscire a gestire questo rapporto producendo qualcosa di bello per noi, perché non sempre relazionarsi, quando c’è un passato importante alle spalle e soprattutto una genetica in comune, è semplice. Spesso è insidioso e fa parlare la conflittualità piuttosto che la distensione. Molto spesso si tende a parlare con l’altro del passato e non tanto con quello del presente. Quindi la difficoltà è questa. In tutti i momenti in cui si riesce a mettere da parte la conflittualità, però, è meraviglioso avere a che fare con lui, perché è un musicista straordinario, di estrema sensibilità, con il quale riesco a comunicare attraverso un linguaggio non verbale estremamente intenso e profondo, come con nessun altro.

Hai diretto orchestre al Festival di Sanremo e lavori spesso su progetti orchestrali. Cosa ti affascina della direzione?
Ciò che mi interessa della direzione è soprattutto la parte dell’orchestrazione e quindi la parte creativa e compositiva che può esserci dietro. Non sempre chi dirige un’orchestra ha composto, orchestrato o arrangiato le cose che dirige, e quella è una faccenda che mi interessa di meno. Mi interessa molto di più dirigere qualcosa che io ho concepito e pensato, perché per me la direzione è la fase finale dell’atto creativo. È il momento in cui dai delle indicazioni, una direzione al suono che hai immaginato. E la cosa che mi entusiasma di più è riuscire, con un gesto, a comunicare al musicista l’attitudine, l’espressività e il corpo che deve avere quel suono che io ho premeditato e scritto nero su bianco.

Dopo esperienze così grandi e strutturate, tornare a un disco così intimo è stato liberatorio?
Il lavoro del disco, chiaramente, viene anche prima del Festival di Sanremo di quest’anno, perché è un processo complesso, lungo, che attraversa tante fasi. Tornare a occuparmi del disco dopo Sanremo, più che liberatorio, è stato un tornare nella mia casa, nella mia zona di comfort e di conforto, nella mia zona di intimità e di grande e profonda sincerità e autenticità.

Hai paura del silenzio?
Il silenzio ha tante forme. Tutto sta nel viverlo in maniera sfaccettata. Talvolta lo trovo necessario, perché mi aiuta a ridimensionare tutta una serie di condizioni emotive; altre volte invece può risultarmi scomodo e farmi sentire il bisogno di un suono o di un rumore che possa sopperire a quel silenzio. È molto diversificato il mio rapporto con il silenzio, però molto spesso potrebbe risultare un maestro di vita, perché tante volte il silenzio è molto meglio di tante parole, anche nella comunicazione.

Qual è il suono che secondo te racconta meglio chi sei oggi?
Direi che il suono della coralità è quello che mi rappresenta di più: una coralità verace, ritmica, pulsante, viva.

Se tua figlia Nina ascolterà Vocàlia tra vent’anni, cosa speri che senta dentro queste canzoni?
Spero che quando Nina potrà ascoltare consapevolmente i contenuti di Vocàlia, possa trovarvi ispirazione per il suo modo di stare al mondo, per il suo modo di approcciarsi alla crescita personale e all’ascolto del proprio mondo interiore. E che possa cercare di vivere nel modo più consapevole e più sereno possibile.

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Foto © Ilenia Tesoro (per gentile concessione di Carolina Bubbico)