Venerdì, oltre 27 padiglioni nazionali hanno deciso di restare chiusi per protesta contro la presenza di Israele. La mobilitazione “senza precedenti” è stata promossa, tra gli altri, dal collettivo Anga – Art Not Genocide Alliance, con i sindacati Adl Cobas, Usb e Cub.
Di Marta Foresi
Per la prima volta nella storia della Biennale, venerdì 8 maggio, 27 Padiglioni nazionali sono rimasti chiusi per lo sciopero di artisti, lavoratrici e lavoratori della cultura contro la presenza del Padiglione israeliano e il genocidio ancora in corso in Palestina. La protesta è stata organizzata dalla rete Art Not Genocide Alliance, con i sindacati Adl Cobas, Usb e Cub.
Tra i 27 dei 99 Padiglioni nazionali, parzialmente o completamente chiusi, hanno aderito quelli di: Austria, Belgio, Spagna, Cipro, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ecuador, Egitto, Estonia, Finlandia, Francia, Islanda, Libano, Italia (performers), Irlanda, Paesi Bassi, Giappone (performers), Corea, Malta, Lussemburgo, Polonia, Portogallo, Slovenia, Turchia.

Nel corso della stessa giornata di venerdì, partire dalle 16.30, un corteo con oltre 3mila manifestanti ha sfilato da Via Garibaldi per poi raggiungere il padiglione israeliano all’Arsenale, dove ci sono stati scontri e cariche dalle forze di polizia. Il corteo ha sfilato “contro il genocidio e la militarizzazione dell’economia, per i diritti di lavoratrici e lavoratori e in solidarietà con gli attivisti della Global Sumud Flotilla Thiago e Saif, detenuti ora in Israele”, ha scritto sempre il canale Telegram Global Project.
