Gli attacchi israeliani in Libano hanno causato finora oltre un milione di sfollati. Dikken el Mazraa è il progetto alimentare che aiuta chi ha lasciato le proprie case, ma anche i piccoli agricoltori e i produttori che stanno pagando il prezzo della guerra.
Da Beirut: Luca Fortis
La guerra in Libano sembra entrare in una nuova fase, con l’accordo per una tregua di dieci giorni tra Israele e il libano. La tregua però non prevede il ritiro di Israele dal sud. Moltissimi sfollati non potranno quindi tornare nelle loro villaggi a sud. Inoltre, moltissimi edifici sono stati distrutti o danneggiati dalla guerra.
Mentre leggo le notizie, mi ricordo di un pomeriggio a Beirut, ad inizio guerra. Ero lì per trovare un amico con problemi di salute e mi sono ritrovato in mezzo all’ennesima guerra mediorientale.
Le onde si infrangevano contro la promenade di Beirut, una a una si insinuavano sotto i terrazzamenti in cemento armato, per poi disgregarsi contro il muraglione. L’acqua quasi si vaporizzava. Davanti al mare si stagliavano le montagne ancora ricoperte di neve, il cielo era turchese, quasi indifferente al suono dei droni israeliani che solcavano il cielo. Camminavo tentando di riflettere, o solo rilassarmi senza pensare. In parte della città, la vita in qualche modo continuava, in un’altra parte cascavano ogni tanto bombe israeliane.
Alla fine della promenade, mi sedetti e mi fermai ad ascoltare il mare. Mentre mi perdevo nella risacca, un liceale appena arrivato mi chiese, se la borsa sulla panca di fronte a noi, fosse mia. Gli dico di no, che probabilmente è di due ragazze che erano sedute lì poco tempo prima. Il ragazzo mi chiese da dove venissi, gli dissi che sono italiano. Mi domandò cosa pensassi della guerra e gli dissi che la situazione è davvero complessa, brutta ed imprevedibile. Gli confessai che sono iraniano da parte di nonna e che ho parenti in Iran. Ammisi di sentirmi un pesce fuor d’acqua, in un mondo di estremismi granitici e certezze, mentre io amo coltivare il dubbio, la tolleranza. Gli aggiunsi di essere agnostico.
Lui mi raccontò di provenire da una famiglia sciita ma di essere anche lui agnostico. Mi chiese un po’ dell’Iran e gli dissi che in generale la popolazione è molto aperta di mente e stanca della situazione politica. Che sognano un po’ di normalità. Chiacchierammo a lungo di politica, religione, senso della vita. Una discussione molto interessante, soprattutto vista la giovane età del ragazzo.
Finita la discussione decisi di andare a trovare un amico, Karim Hakim, che ha fondato un progetto sociale, Dikken el Mazraa, per creare una comunità di produttori e clienti dalle capacità economiche diverse, che credono nel biologico e che, nei purtroppo sempre più frequenti periodi di guerra, si occupa di aiutare gli sfollati libanesi.


Negli ultimi mesi, l’escalation della guerra in Libano ha costretto migliaia di famiglie ad abbandonare le proprie case. Molte di loro vivono oggi in rifugi temporanei, scuole o presso parenti, cercando di far fronte a bisogni essenziali sempre più difficili da soddisfare, primo tra tutti l’accesso al cibo. Allo stesso tempo, anche i piccoli agricoltori e i produttori alimentari locali stanno subendo le conseguenze della crisi. Con mercati interrotti, difficoltà nella distribuzione e un forte calo dei redditi, l’intero sistema alimentare locale è messo sotto pressione.
In questo contesto, Dikken el Mazraa prova a sostenere entrambe le realtà: le famiglie in difficoltà e i produttori locali.

Il progetto è stato lanciato nell’ottobre 2020, nel pieno della crisi economica libanese, per rispondere rapidamente ai crescenti bisogni umanitari. Attraverso una rete comunitaria già esistente, Dikken el Mazraa ha iniziato a fornire sostegno alimentare dignitoso alle famiglie più vulnerabili, offrendo allo stesso tempo nuove opportunità di mercato ai piccoli produttori biologici locali.
Oggi, nel contesto della guerra e dell’aumento degli sfollamenti interni, il progetto assume un ruolo ancora più importante. Molti interventi umanitari si basano infatti su grandi catene di approvvigionamento internazionale che spesso escludono i produttori locali. Dikken el Mazraa cerca invece di colmare questo divario acquistando direttamente da piccoli agricoltori e produttori di fiducia in tutto il Libano. I prodotti vengono poi distribuiti alle comunità più vulnerabili e alle cucine sociali che preparano pasti caldi per le famiglie sfollate. In questo modo, il progetto rafforza le filiere alimentari del posto mentre garantisce un aiuto concreto a chi ne ha più bisogno.


I prodotti del negozio sono venduti a prezzi diversi, mi raccontò Karim Hakim, “a seconda delle condizioni economiche delle persone. Abbiamo una lista di persone con problemi economici, che scegliamo dopo alcune interviste, che pagano molto meno i prodotti che vendiamo. Gli altri li pagano a prezzi pieni”. Allo stesso tempo utilizziamo, aggiunse, “durante i periodi di crisi, le donazioni che riceviamo per comprare, a un prezzo sostenibile per gli agricoltori locali, prodotti che poi rivendiamo, a molto meno di quello che li paghiamo, alle mense di ONG che danno cibo gratuito a chi ha bisogno. Questo per evitare che le ONG importino tutto dall’estero, creando una crisi nella crisi. Tentiamo di risolvere problemi locali con risorse locali”. Certo, lo facciamo ancora in scala piccola, mi disse, “ma è un modello replicabile”.
Oltre che con la mensa di comunità Nation Station, collaborano con altre cucine sociali, che fanno parte del loro network di conoscenze. Oggi hanno 50 contadini e produttori diretti con cui collaborano: tutti sono piccoli produttori biologici che producono cibo sano. “Il modello non lo abbiamo inventato noi”, mi raccontò ancora Karim, “è un modello che esiste in tanti luoghi. Crea una comunità di persone con la passione per il cibo sano e biologico, con diverse capacità economiche, che decide di condividere questa passione e si aiuta a vicenda. Dai produttori ai consumatori, con realtà economiche diverse”.
Per sostenere queste attività è stata avviata una raccolta fondi. Le donazioni contribuiranno direttamente all’acquisto di prodotti alimentari da agricoltori locali, alla preparazione di pacchi alimentari destinati alle famiglie sfollate e alla distribuzione di forniture alle cucine comunitarie impegnate nella risposta alla crisi. Mentre uscivo dal negozio di Karim, tornai verso l’albergo in cui vive il mio amico Alain, da cui ero ospite e vidi degli operai che lavoravano in un palazzo in restauro. Mentre li guardavo, riflettevo sull’apparente follia di restaurare un palazzo, mentre poco più in là stanno bombardando. Eppure forse questo è il segreto della resilienza libanese. Non fermarsi mai, nonostante tutto.
Per aiutare:
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