La sezione napoletana dell’Associazione Italiana Dislessia compie 20 anni. La nostra intervista alla segretaria nazionale Giovanna Gaeta, relatrice e formatrice, che lavora per garantire diritti e opportunità alle persone con DSA.
Di Luca Fortis
La sezione napoletana dell’Associazione Italiana Dislessia compie 20 anni. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Giovanna Gaeta, logopedista specializzata nei Disturbi Specifici dell’Apprendimento e Segretaria Nazionale dell’Associazione Italiana Dislessia a Napoli. Dal 2008 opera presso l’IPM di Nisida, collabora con il Comune di Napoli per progetti di screening e supporta studenti con DSA nelle università “L’Orientale” e “Suor Orsola Benincasa”. Relatrice e formatrice, lavora per garantire diritti e opportunità alle persone con DSA.
Dottoressa Gaeta, che cosa fate a Napoli?
L’AID (Associazione Italiana Dislessia) è un’associazione nazionale con sezioni locali in ogni provincia, gestite da volontari. A Napoli abbiamo sportelli di ascolto nelle scuole, dove i volontari ricevono sia docenti sia genitori. Gli insegnanti possono chiedere aiuto su come strutturare verifiche o interrogazioni per gli alunni con DSA, oppure vogliono capire come riconoscere i segnali di un disturbo specifico dell’apprendimento. I genitori, invece, si rivolgono a noi se sospettano che il proprio figlio possa essere DSA, oppure se ha già una diagnosi e incontra difficoltà con la scuola o nello studio a casa. I volontari sono una realtà molto variegata: ci sono psicologi, logopedisti, ma anche genitori di ragazzi dislessici. Ognuno aiuta come può. Per motivi burocratici, però, non lavoriamo direttamente con i bambini nelle scuole.

Quanti sportelli avete?
Napoli è la città con più sportelli di ascolto in Italia: più di 50. Sono aperti a tutte le famiglie, non soltanto a quelle i cui figli frequentano le scuole dove sono ospitati.
Mi parla di un progetto specifico?
Uno dei progetti più longevi, ideato da una delle nostre volontarie, Nadia Nicolella, e attivo ormai da più di dieci anni, si chiama “DIS..cutiamone”. DIS come le iniziali di dislessia e disgrafia.
Nasce dalla riflessione che siamo tutte mamme che hanno combattuto per i diritti dei figli dislessici, ma che a un certo punto hanno scoperto che i figli non volevano utilizzare gli strumenti compensativi per cui noi ci battevamo, perché si vergognavano. Così abbiamo lanciato questo progetto, che ci porta a parlare con bambini e ragazzi nelle scuole per spiegare loro che cosa sia la dislessia e per non far sentire “diverso” chi ne è interessato. Accorpiamo diverse classi di un istituto e mostriamo video, spieghiamo che cos’è la dislessia e quali sono gli strumenti compensativi. Proponiamo anche giochi in cui i ragazzi, per un momento, “diventano DSA”, in modo da capire come ci si possa sentire. Molto spesso emergono veri e propri coming out: alcuni ragazzi raccontano davanti agli altri studenti le proprie esperienze. La cosa interessante è che, quando la formazione è rivolta agli studenti, anche i docenti sono più motivati ad ascoltare: si sentono meno sotto pressione e fanno molte domande. Spesso le scuole ci richiamano per nuove attività. Per esempio, la scuola Belvedere del Vomero ci invita ogni anno per incontrare le nuove prime medie. Aiutiamo i docenti facendo comprendere agli alunni non DSA perché alcuni compagni possano usare la calcolatrice o altri strumenti compensativi.

Com’è l’esperienza al carcere di Nisida?
Molto bella e intensa. Siamo a Nisida, il carcere minorile di Napoli, dal 2008. Lì ho fatto molte diagnosi. Alcuni ragazzi non hanno voluto saperne, ma altri, quando hanno capito che non era colpa loro e che si poteva fare meno fatica e capire di più, sono migliorati molto e hanno deciso di continuare a studiare. Non bisogna mai pensare che un ragazzo legga o scriva male solo perché proviene da una famiglia difficile. In alcuni casi si può venire da un ambiente complesso e avere un DSA. E, se vengono capiti e supportati, alcuni di questi ragazzi possono davvero cambiare direzione. Per fortuna Nisida è un carcere “umano”. L’isola è bellissima, le guardie non indossano la divisa e i ragazzi fanno moltissime attività. Però, se sono lì, è perché spesso hanno alle spalle storie difficilissime. Alcuni ci passano quasi per “tradizione familiare”, mentre altri sembrano completamente fuori contesto — ed è più difficile capire come ci siano finiti. Potrebbero essere amici dei nostri figli.

A volte sembrano mancare di individualità, come se avessero agito spinti dal gruppo o da qualcuno?
Sì, assolutamente. Spesso è il branco a generare il male. Alcuni dei ragazzi che vedi lì avrebbero potuto tranquillamente essere a casa mia a cena. I capuzielli – quelli che li trascinano – li riconosci subito. Spesso è così: sono buoni osservatori e, vedendo le cose con occhi diversi, tendono meno a omologarsi. Del resto, penso che la società voglia renderci tutti omologati. Io sono stata una di quei genitori capaci di dire dei “no” e di discutere con i figli. Oggi, invece, molti ragazzi sembrano atrofizzarsi il cervello davanti ai cellulari.
Le famiglie si fidano di voi volontari?
Assolutamente, questa è la base. All’IC Scialoja Cortese Rodinó di San Giovanni a Teduccio, dove si svolgono moltissime attività pomeridiane e dove la scuola è sempre aperta grazie all’impegno della dirigente Rossella Stornaiuolo, mi è capitato, per anni, che le persone, oltre a parlarmi dei problemi dei figli, mi confidassero anche i propri. Questo perché sentivano di potersi aprire, si fidavano di noi.

Collaborate anche con il Comune?
Assolutamente. Quest’anno, grazie all’impegno dell’assessore alle Attività Sociali, Luca Trapanese, e dell’assessora all’Istruzione, Maura Striano, abbiamo realizzato uno screening nelle scuole di Napoli.
Il Comune ha inviato un’e-mail alle scuole e, in quelle che hanno aderito, abbiamo fatto svolgere agli insegnanti prove di screening collettive. Queste prove permettono di capire se ci sono campanelli d’allarme che richiedono approfondimenti diagnostici.
Le abbiamo effettuate nelle seconde classi della scuola primaria.
Chi fa le diagnosi?
Le diagnosi vengono fatte da un’équipe multidisciplinare. Prima dei 18 anni è composta da un neuropsichiatra infantile, un logopedista e uno psicologo. Dopo i 18 anni, al posto del neuropsichiatra infantile subentra un neurologo. La diagnosi può essere effettuata in una struttura pubblica oppure in una struttura privata accreditata dal sistema sanitario. Esistono molti strumenti per misurare le diverse forme di intelligenza. Oggi il più utilizzato è la WISC (Wechsler Intelligence Scale for Children) – e per gli adulti la WAIS. Questi test permettono di capire se ci sono difficoltà nella memoria di lavoro, nella velocità di elaborazione o in altre aree cognitive. È come avere un abito tagliato su misura: ti dice esattamente dove si trova il punto di forza e dove, invece, serve un supporto.
A volte si tende a pensare che sia già una vittoria aver portato il ragazzo nell’edificio scolastico. Che ne pensa?
Purtroppo, in molte scuole di frontiera alcuni docenti finiscono per accontentarsi. Pensano che, siccome i ragazzi provengono da storie complesse, sia già tanto che facciano qualcosa. Ma con questo atteggiamento, spesso, non si va a fondo: non si indaga se ci siano disturbi specifici dell’apprendimento né si valutano gli strumenti che potrebbero davvero aiutarli.
Quando è il momento migliore per intervenire?
Da logopedista ti dico: sono gli anni delle scuole elementari quelli davvero cruciali. È lì che si può intervenire in modo efficace, perché il bambino è ancora malleabile. Più si va avanti, più il bambino si costruisce delle strategie di sopravvivenza — e demolirle, più tardi, diventa molto difficile.

Quando ha iniziato ad occuparsi di DSA?
Faccio la logopedista da trentacinque anni, però la mia vita è cambiata quando, vent’anni fa, mio figlio ha ricevuto una diagnosi. La logopedia si occupa di tante cose: dal balbuziente, a chi ha avuto un ictus, a chi ha subito un abbassamento di voce. All’epoca, quindi, non mi occupavo di DSA. Quando scoprii che mio figlio aveva un disturbo specifico dell’apprendimento, mi sono concentrata su questo ambito. Inizialmente ho cominciato a studiare, poi a osservare bambini che facevano terapia. La mia esperienza mi dice che, a Napoli, viviamo ancora un gap: da Roma in su le diagnosi sono molte, mentre a Napoli sono ancora poche. Questo significa che, in termini percentuali, il sommerso è ancora molto ampio. Le ragioni sono diverse: da una parte, non c’è ancora una formazione adeguata dei docenti – o, meglio, molti non ci credono. Ancora oggi tanti insegnanti pensano che gli studenti “ci marcino”, che potrebbero fare di più. Un atteggiamento inammissibile, considerando che la legge esiste ormai da 15 anni. A volte, peraltro, sono gli stessi docenti a dire: “Aspettiamo a fare i test”.
Siete presenti anche nelle università?
Siamo attivi anche nelle università: io, ad esempio, sono presente sia all’Università L’Orientale di Napoli sia alla Suor Orsola Benincasa, dove offriamo supporto agli studenti universitari con DSA. Abbiamo anche un’ottima collaborazione con la Federazione Secondo. I nostri sportelli sono aperti sia ai professori sia agli studenti. Gli studenti vengono a chiederci consigli; di solito hanno molte domande e dubbi, e parlano senza filtri.
Esistono tante forme di intelligenza, ma spesso non lo si sa. Che ne pensa?
È verissimo. Ci sono persone laureate in matematica che, alle scuole medie, andavano malissimo proprio in matematica. Perché? Perché i professori non sapevano – o non accettavano – che in matematica si può arrivare allo stesso risultato anche per vie diverse. Pretendevano che ci si arrivasse solo nel modo che conoscevano loro. Spesso i ragazzi dislessici, per esempio, hanno poca memoria e devono utilizzare strumenti alternativi, come le mappe concettuali, fatte di parole-chiave e immagini. Le mappe concettuali di mio figlio sono state addirittura chieste dalla sua professoressa universitaria per un’eventuale pubblicazione che doveva fare.
I DSA, a volte, vedendo le situazioni da prospettive diverse, con un pensiero laterale, possono avere più facilità nell’autonomia di giudizio?
Spesso sì. Sono buoni osservatori e, vedendo le cose con occhi diversi, tendono meno a omologarsi.
Può essere utile far comprendere ai ragazzi con DSA che il vedere le cose da prospettive diverse, tipico della dislessia, può essere una risorsa e un punto di forza?
Assolutamente sì. Questo accade quasi naturalmente, quando i ragazzi smettono di essere passivi — perché spesso è proprio la società che li spinge a esserlo. Nei contesti più agiati, ad esempio, le famiglie sono molto attente alla scelta della scuola, cercano le sezioni migliori, a volte perfino raccomandazioni per entrare in una certa classe… Però poi sulla tutor dell’apprendimento non investono. E invece, a volte, più che spendere anni in ripetizioni, sarebbe molto più utile investire anche solo un anno in qualcuno che insegni un metodo, che dia strumenti per camminare con le proprie gambe.

