Poco o nulla è cambiato in questi 30 giorni dall’attacco di Trump. La vice di Maduro è la nuova presidente e il governo è rimasto espressione del regime. Anche sulla repressione tutto è rimasto come prima, mentre gli Usa avanzano nella gestione del petrolio di Caracas.

Di Marta Foresi

Dopo l’operazione militare con cui gli Stati Uniti hanno catturato Maduro, uccidendo almeno cento tra civili e militari, la classe dirigente venezuelana è pressoché quella di prima. Gli attuali dirigenti sono rimasti espressioni del chavismo, il movimento politico di ispirazione socialista avviato dall’ex presidente Hugo Chávez (in carica tra il 1999 e il 2013) e poi di Maduro.
La vice di Maduro, Delcy Rodríguez, ha assunto l’incarico di presidente ad interim del Venezuela da meno di un mese e al governo restano anche alcuni degli esponenti più radicali del regime, come il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, che controlla l’apparato di sicurezza e repressione nel paese, un tema sul quale la situazione per il momento è rimasta immutata. Cabello non è stato estromesso dal governo soprattutto per calcoli di opportunità: se destituito potrebbe organizzare una resistenza sfruttando anche i colectivos, i gruppi paramilitari che spesso girano in moto e che in questi anni il regime ha usato per reprimere gli oppositori.

In questi 30 giorni, ci sono state liberazioni di alcuni prigionieri politici e aperture verso le imprese straniere sul tema del petrolio. Ed è proprio il petrolio l’elemento che ha mosso l’attacco di Trump contro Caracas, per i forti interessi americani sull’oro nero venezuelano. Il nuovo governo di Rodríguez oggi opera sotto il controllo e la minaccia dell’amministrazione statunitense di Donald Trump, anche se finora i limiti di queste influenze non sono del tutto chiari.

Foto © dal profilo X di Delcy Rodriguez