La nostra intervista all’eurodeputato del Partito Democratico ed ex sindaco di Bari Antonio Decaro, possibile candidato alla presidenza della Regione Puglia. In occasione dell’uscita del suo ultimo libro “Vicino”, si racconta, tra pubblico e privato.

Di Daniele Pratolini

C’è una politica possibile che assomiglia più a una mano tesa che a un proclama urlato. Per Antonio Decaro la prossimità è un atto di responsabilità, e lo racconta nel suo ultimo libro Vicino, in cui ripercorre i momenti che lo hanno segnato: dall’infanzia a Torre a Mare tra le braccia dei nonni contadini, al dolore collettivo per la morte di Michele Fazio, dall’umanità dello sbarco della Vlora fino alle sfide europee di oggi. In questa intervista ci parla del suo percorso politico intrecciato ai ricordi più intimi, fino ad arrivare al sogno europeo. La parola chiave di tutto? Vicino. Sì, perché in fondo, essere vicini è il gesto più politico (e più umano) che ci sia.

Vicino” non è solo il titolo del libro, ma sembra quasi un piano d’azione. A chi si sente di voler stare vicino oggi? E perché, secondo lei, la prossimità è diventata una scelta così difficile e al contempo così urgente in politica?
Per me la vicinanza alle persone non è una scelta ma l’unico modo che conosco di fare politica. Quando ti cimenti con l’amministrazione del territorio o con il governo di una comunità comprendi da subito che ascoltare i cittadini e cercare di comprenderne sogni e paure è l’unico modo per prendere delle decisioni che avranno davvero un effetto positivo sulla vita delle persone.

Questo libro è anche molto personale. Perché ha deciso di scriverlo ora? È stato più un esercizio pubblico o un bisogno privato?
In realtà all’inizio ero molto scettico. Non ho mai pensato di cimentarmi con la scrittura di un libro, figurarsi con una sorta di biografia. Poi pian piano ho pensato che raccontare una storia, la storia o le storie che io ho vissuto potesse servire per dare il senso di un lavoro che poteva diventare patrimonio collettivo.

Perché ha scelto proprio una scena tratta dal film di Checco Zalone per spiegare la complessità dell’Europa?
Perché io sono questo. Sono una persona che vede i film di Checco Zalone come li hanno visti altri milioni di italiani. Perché Luca Medici, in arte Checco Zalone con la sua straordinaria arte comica è riuscito a raccontare pregi e difetti della società del nostro tempo. Società che chi fa politica deve cercare di conoscere e comprendere, senza giudicare.

In un tempo in cui la comunicazione è tutto, quanto ha contato la semplicità nel suo modo di parlare alla gente?
Guardi, la mia non è stata una scelta. Non avrei saputo parlare ai lettori se non con le parole che utilizzo quotidianamente e attraverso le quali i cittadini mi conoscono.

Una delle cifre del suo operato è stata l’attenzione ai dettagli, alla vita quotidiana delle persone. Pensa che i piccoli gesti abbiano un valore politico?
Penso che la vicinanza e l’attenzione alle persone abbia un valore politico. L’ascolto, la capacità di mediazione, di dialogare con tutti, in ogni contesto, sono valori per chi vuole intraprendere un percorso politico oggi. Questo non significa non avere delle idee o non prendere posizioni ma non bisogna mai innamorarsi delle proprie idee.

Uno dei ricordi più forti del libro è lo sbarco della Vlora a Bari nel 1991. Che segno ha lasciato in lei quell’immagine?
Io avevo vent’anni circa. Abbiamo visto le immagini alla televisione di quello sbarco e non ci sembrava stesse accadendo a Bari. Quando sono diventato sindaco ho conosciuto più da vicino quella storia, ne ho compreso la portata umana e il valore politico. Bari ha insegnato al mondo il significato della parola accoglienza. Non attraverso le istituzioni nazionali , ma attraverso la forza e l’umanità di un sindaco, Enrico Dalfino e della sua gente.

A Strasburgo si è ritrovato in aula Vannacci e Rackete, è difficile mediare tra due visioni così distanti?
È un esercizio impegnativo, ma devo dire che in Commissione i lavori procedono nel rispetto dei ruoli e delle posizioni politiche differenti.

Qual è stato il momento più difficile da eurodeputato?
Sicuramente questo. Viviamo forti pressioni da parte dei governi nazionalisti degli stati membri e la Commissione sembra subire il richiamo delle politiche sovraniste. Per non parlare del silenzio assordante sulle sanzioni al governo israeliano per quello che sta accadendo al popolo palestinese. È davvero incomprensibile come l’Europa non riesca a sollevare un grido di umanità su questa vicenda.

Cos’è rimasto di quel bambino a cui la maestra-mamma tolse le figurine?
Il senso forte del rispetto delle regole. Non esistono scorciatoie per raggiungere gli obiettivi, né corsie preferenziali. L’unico strumento è lo studio e il lavoro.

Il 12 luglio 2001 Bari cambiò per sempre. Lei racconta con commozione la morte di Michele Fazio. Cosa rappresenta per lei, ancora oggi, quella sera?
Quella sera la città di Bari si è riscoperta una comunità. Dico sempre che quella sera si è squarciato un velo e la città ha scelto di non avere più paura o almeno di non soccombere davanti alla paura. il dolore della famiglia Fazio è diventato il dolore di una città che finalmente ha tirato una linea di demarcazione tra il bene e il male e da quel giorno è cominciata la grande battaglia dell’antimafia sociale che ci ha portato a scrivere tante belle pagine. la mafia, come la criminalità non sono scomparse da Bari ma oggi le forze del bene sono più forti e soprattutto più unite.

Nel libro racconta di aver “copiato” idee da altri contesti, pensa che questa sincerità sia un punto di forza?
Non me lo sono mai chiesto. Per me non c’è mai stata un’altra opzione da scegliere. Dire di aver copiato delle idee buone che in altre città hanno funzionato per me è giusto e non me ne sono mai vergognato. Così come ammettere di aver sbagliato quando qualcosa non ha funzionato, come è successo per la famosa ordinanza per la zona a traffico limitato della città vecchia. La sincerità non è una scelta strategica è l’unica possibilità per essere credibili agli occhi dei cittadini.

Parla spesso dei suoi nonni contadini. In un’Europa tecnocratica e spesso distante, quei valori di concretezza e giustizia sociale possono ancora avere spazio?
Sono le mie radici. La loro forza e la passione che ci mettevano nel loro lavoro mi hanno insegnato tanto della nostra terra. Oggi l’Europa non è così distante come la si dipinge anzi, proprio nella salvaguardia di quelle professioni e dei mondi di cui i miei nonni sono stati interpreti l’Europa è fondamentale, penso all’agricoltura o alla pesca. Oggi senza il sostegno e le regole europee tantissime aziende agricole così come tante coltivazioni su cui si fonda il pil del sud Italia non esisterebbero più.

Le piacerebbe diventare il prossimo Presidente della Regione Puglia?
Oggi mi piace fare il lavoro che sto facendo in Europa.

Foto credits © dai profili social di Antonio Decaro