In Pakistan, la scena underground di Lahore fonde tradizioni millenarie con la musica elettronica. Il dj e skateboarder Shaihan Hassan, membro del suo Tandoor, è tra le figure chiave. Hassan ha anche fondato la rete comunitaria SkatePakistan e il primo skatepark del Paese. Noi lo abbiamo incontrato.
Di Luca Fortis
La scena underground di Lahore in Pakistan è una delle più interessanti al mondo. La città del Punjab ha un rapporto con la musica millenario, ma è anche aperta alle novità internazionali. Oltre alla scena musicale, vi sono molti artisti contemporanei emergenti e una comunità di skater che ha saputo diventare uno dei centri di maggior creatività della città. Ne parliamo con Shaihan Hassan, DJ, produttore musicale, membro del duo di musica elettronica dal vivo Tandoor e skateboarder. Ha fondato SkatePakistan, un’organizzazione comunitaria di base impegnata a realizzare infrastrutture per lo skateboard e a promuovere questa disciplina in tutto il Pakistan. L’organizzazione è riuscita a creare e sviluppare una comunità di skater attiva e ha costruito il primo skatepark del Paese, a Lahore.

Quando hai iniziato a fare skateboard?
Ho iniziato quando ero negli U.A.E., ad Abu Dhabi, avevo 14 anni. Ero parte della comunità di skateboard lì. Era una comunità che stava crescendo molto. Fare parte di questo gruppo fu un’esperienza molto profonda, non solamente dal punto di vista dello sport, ma anche umanamente. Sono tornato in Pakistan quando avevo 18 anni e mi sono accorto che qui mancava una comunità simile. I ragazzi non avevano la possibilità di esperimentare la libertà che lo skate e la passione, che la comunità di persone che lo praticano, trasmettono. Ho deciso così di lavorare per costruire la prima comunità di skater a Lahore. All’inizio non è stato facile, per la mancanza di luoghi per allenarsi e dell’attrezzatura. C’erano persone che come me avevano vissuto all’estero e che avevano potuto importare i loro skate. Ci siamo conosciuti su Facebook e abbiamo cominciato a lavorare insieme. La vera comunità è davvero nata nel 2020, anno in cui è stato più facile recuperare skate. In quell’anno ci siamo anche spostati su Instagram, perché era lì che erano migrati i ragazzi.


Come avete creato lo skatepark?
Lo abbiamo creato grazie all’alleanza con i nostri sponsor internazionali, grazie alla ONG Wonder Around the World.
Il loro team è venuto in Pakistan, abbiamo fatto incontri con le istituzioni locali che ci ha dato l’ok e ci ha affidato degli spazi. A quel punto è iniziata una campagna internazionale di raccolta fondi. In questa fase ci ha aiutato anche un’altra ONG Wonder Around the World, sono venuti in Pakistan nel 2023 con venti dei loro membri e hanno costruito lo skatepark nel Bagh-e-Jinnah (Lawrence Gardens).
Chiunque può utilizzarlo?
Si è aperto a chiunque, ma vi è una comunità di persone che mutualmente si occupa dello skatepark e che si occupa anche di accogliere e di incorporare tutti i nuovi venuti. Ancora oggi non si trovano facilmente gli skate e quindi chi vuole iniziare di solito viene allo skatepark, diventa amico con qualcuno della comunità che gli insegnerà a fare skate e gli presterà uno skate. Ci sono persone di tutte le età che vengono, dai 3 ai 40 anni. Ci sono anche ragazze che vengono. In tutto il Pakistan ci saranno più di mille persone che fanno skate, solo a Lahore ce ne saranno 500.

Fate anche gare?
Non in modo regolare, ma sì. Stiamo lavorando per renderle più regolari.
Cosa ti ha insegnato lo skate?
Una delle cose più belle che insegna lo skate è l’equilibrio. L’equilibrio non solo nello sport, ma anche nella vita. Lo skate è più una battaglia mentale che tecnica. Si deve capire quanto lontano ci si possa spingere e come gestire il rischio. Bisogna mettersi in situazioni di rischio, ma bisogna anche capire quando fermarsi. Si deve anche capire come cadere.

Fate lezioni?
Abbiamo due classi a settimana, di solito la sera. Chi non può pagare non paga le lezioni, perché è un progetto che deve raggiungere tutti. Quindi facciamo pagare le lezioni solamente se uno può. Andiamo anche nelle scuole per raccontare la realtà dello skate. Gli facciamo vedere video, gli articoli internazionali che parlano di noi o dello skate, per invogliarli a venire a conoscerci. Ogni giorno ci sono tra le 50 e 100 persone che vengono allo skatepark.
Hai visto ragazzi risolvere i propri problemi grazie allo skate?
Ho visto molti ragazzi, non privilegiati, con seri problemi, che hanno migliorato moltissimo nella vita, nel momento in cui hanno raggiunto la nostra comunità. Ti aiuta a trovare il tuo spazio nella vita in una comunità che incoraggia la creatività delle persone. Le lascia esprimere.

Intorno a voi sono nate altre comunità?
Proprio perché è diventato un aggregatore di creatività, all’interno della comunità sono nate nuove comunità. Per esempio abbiamo creato la prima comunità underground Hip Hop di Lahore. Tra di noi ci sono moltissimi musicisti. L’art college è vicino allo skatepark, molti degli studenti vengono da noi. Organizziamo anche workshop di arte e collaboriamo con molti street artist. La comunità ha generato moltissimi content creator che ci aiutano a raccontarci. Tra gli artisti che più ci hanno aiutato vorrei ricordare lo scultore Osama Khan, il pittore Zahid Mayo e lo street artist Kaiser Irfan.
Mi parli della scena Hip Hop?
La scena hip hop è molto interessante, vi sono dei veri talenti. Anche se non hanno ancora l’attenzione internazionale che si meriterebbero. Prima non avevano un senso di comunità, lavoravano singolarmente. Grazie allo skatepark siamo riusciti a farli diventare anch’essi una comunità, in modo che lavorino insieme.

Quando hai iniziato a fare musica?
Esattamente quando ho iniziato a fare skateboarding, iniziai a suonare la chitarra e suonavo heavy metal. La mia passione per la musica era talmente profonda che ho esplorato moltissimi generi musicali. Dal metal, al jazz, alla classica indiana, all’elettronica, alla world music. Tutte queste sonorità hanno influenzato il mio lavoro di oggi.
Quando hai iniziato a suonare musica elettronica?
Ho iniziato a suonare musica elettronica quando studiavo in Malesia. Stavo studiando Computer Science a Kuala Lumpur, dal 2008 in poi. Sentivo in giro molta musica elettronica, che però trovavo povera di contenuti. Ma alla fine ho trovato un gruppo della scena underground che organizzava serate di UK bass e dubstep che mi ha influenzato molto. Ho iniziato quindi a produrre musica e a fare il DJ.
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Quando hai iniziato a suonare in Pakistan?
Quando sono tornato in Pakistan, all’inizio non c’era ancora un vero pubblico per la musica elettronica che facevo, per qualche anno ho quindi smesso. Ma dopo che è nato lo skatepark, ho pensato che potevo suonare per loro ed è stato così amato dai ragazzi che ho capito che la nuova generazione era pronta. È nato così il progetto che abbiamo chiamato Tandoor.
Me ne parli?
Abbiamo scelto questo nome, che la gente associa a quello del forno tradizionale, perché volevamo associare il progetto a qualcosa di intimamente legato alla nostra realtà. Siamo due musicisti, io e Layeb, facciamo entrambi elettronica. Il nostro scopo è quello di fare performance live, più che fare i DJ. Quindi facciamo molte improvvisazioni live, siamo due musicisti che suonano insieme. Laehb spesso si occupa della parte ritmica, mentre io della melodia, dei sintetizzatori e della parte vocale che vogliamo incorporare. L’idea è di fare qualcosa di molto originale. Non vogliamo suonare lo stesso pezzo due volte. Amiamo moltissimo la classica indiana e la world music e sappiamo che la musica classica indiana ha un equilibrio molto delicato. Non c’è motivazione di inserire uno strumento di musica classica indiana se poi gli altri strumenti si sovrappongono male o la uccidono. Bisogna che la musica elettronica permetta agli strumenti classici di emergere. L’equilibrio, come nello skate, è fondamentale.
È difficile trovare l’equilibrio?
Tentiamo di essere sempre musicalmente rispettosi di questi strumenti classici. Abbiamo fatto il nostro primo show live a Lahore in gennaio ed è stata una serata bellissima. Ha suonato con noi un musicista classico, che si chiama Muzzamil Hussain, che ha suonato uno strumento tradizionale ormai rarissimo in Pakistan, il sarod. Muzzamil è l’unico musicista che lo suona in Pakistan. Amo moltissimo questo strumento e ho voluto che fosse incorporato nel nostro primo show. In futuro vogliamo continuare a portare musicisti tradizionali e contemporanei nei nostri concerti.
Il Pakistan e l’India hanno un’antica tradizione musicale. Me ne parli?
Il Pakistan e questa regione del mondo hanno una cultura musicale così antica e profonda che nasconde mille aspetti di cui bisogna tener conto. È una cultura che spesso è stata messa in pericolo da tanti fattori legati non solamente alla globalizzazione, ma anche ad altri fattori interni. Per questo è fondamentale che le nuove generazioni sappiano integrare la classicità con la parte più profonda della propria cultura. Bisogna prendere il meglio dagli altri e fonderlo con il meglio della propria cultura. Non appiattirsi alla globalizzazione, ma nemmeno chiudersi a riccio. In un mondo così tecnologico e social, una delle cose più importanti è recuperare il senso della musica dal vivo e delle attività sportive nel mondo reale. La spontaneità che un concerto di musica dal vivo può offrire. È per questo che non siamo molto interessati a creare hit popolari, ma preferiamo creare performance live.
Qual è la tua connessione con il Qawwali?
La mia connessione con la musica sufi è estremamente forte. La natura introspettiva e riflessiva di questa musica mi connette tantissimo ad essa. Anche la capacità di connettersi con l’audience per un periodo molto lungo, ripetendo alcune sonorità, ma modificando alcuni particolari, di questa musica mi affascina.
Vi sono delle connessioni tra la capacità del Qawwali e della musica sufi di ripetersi, cambiando sempre piccoli particolari, come nell’immagine del cerchio della vita, e quella stessa capacità, che si ritrova nella musica elettronica, di ripetere alcuni suoni e apportare sempre dei micro cambiamenti?
Vi sono delle somiglianze nel senso di comunità. La musica sufi, come quella elettronica, dipendono dalle proprie comunità; se non ci fossero delle comunità, non potrebbero esistere. Stare insieme e connettersi in questa esperienza è fondamentale per entrambe ed entrambe portano le proprie comunità a essere introspettive, cosa che per la musica pop non è così centrale. Oggi nel Paese si sta creando una scena elettronica underground, che rimane profondamente sottotraccia, anche per questioni culturali, ma è estremamente viva. Spesso però è musica elettronica globalizzata, per questo noi stiamo tentando di creare una musica elettronica che abbia profondissime radici locali. Paradossalmente ho imparato più della mia cultura in Malesia che in Pakistan, perché quando si suona all’estero si cerca di conoscere meglio le proprie radici. Ma quando si suona nel proprio Paese è più facile dimenticarsele. Per questo noi stiamo tentando di non farlo.
Mi parli un po’ di Lahore?
Amo di Lahore il suo mix tra città antichissima e megalopoli globale, che però conserva una popolazione che ha ancora una cultura punjabi che definirei “agricola e dalla voce forte e potente”. Una società “aperta”, creativa e rumorosa, che amo moltissimo.

Di Luca Fortis
Giornalista professionista, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Cattolica di Milano. Un pizzico di sangue iraniano e una grande passione per l’Africa e il Medioriente. Specializzato in reportage dal Medio Oriente e dal Mediterraneo, dal 2017 vive a Napoli dove si occupa di cultura e quartieri popolari e periferici.
